C’era una volta una bambina di nome Coraline Jones che andò a vivere con i suoi genitori in un’antica casa con un giardino abbandonato e un altero gatto nero, con degli insoliti vicini e una porta chiusa a chiave in un muro di mattoni. Il signor Bobo – lo strano e baffuto signore che viveva nel sottotetto – le riferì un messaggio dei ratti che addestrava per uno spettacolo: “Non varcare quella porta”. Miss Spink e Miss Forcible – due anziane attrici che vivevano al piano terra con dei vecchi terrier scozzesi – lessero nelle foglie di tè che un pericolo incombeva su di lei, così le diedero un amuleto, un sassolino con un buco al centro. Ma Coraline era curiosa, così prese la chiave della porta e l’aprì. Al posto dei mattoni c’era un corridoio buio che emanava odore di stantio. Dall’altra parte trovò una casa quasi uguale alla sua, con genitori e inquilini. Tutto sembrava più bello e tutti erano gentili con lei ma tutti avevano due bottoni neri cuciti al posto degli occhi e tutti, tranne l’altra madre, erano copie, lei era qualcos’altro. Solo il gatto nero con i suoi occhi verdi era lo stesso gatto e in quel posto poteva parlare. L’altra madre le propose di restare con lei per sempre, doveva fare solo una cosa, doveva farsi cucire due lucenti bottoni neri sugli occhi. Coraline disse che ci avrebbe pensato, riattraversò il tunnel e chiuse la porta. In casa non c’era nessuno, poi vide i suoi genitori nel riflesso dello specchio sull’armadio del corridoio, sua madre scrisse “ICATUIA”. Così la bambina prese il sassolino col buco in mezzo, aprì la porta e si incamminò col gatto al suo fianco.
L’autore del libro, Nein Gaiman, è uno scrittore inglese di fumetti, racconti, romanzi, e, talvolta, episodi di serie televisive. Le tematiche affrontate nei suoi scritti sono fortemente legati al folklore e alla mitologia principalmente nordica e narrano eventi fantastici in un mondo in cui il meraviglioso convive con la normalità ma per accorgersene bisogna saperlo cercare e vedere.
“Coraline” è un romanzo breve del 2002 scritto in terza persona immersa con un linguaggio semplice adatto ai bambini ai quali il testo sembra indirizzato, ma la lettura si rivela gradevole anche per gli adulti che, entrando nel mondo fantastico creato da Gaiman, ritrovano il legame con l’infanzia. L’autore riesce, infatti, a concretizzare in maniera realistica i percorsi mentali di una ragazzina e grazie a questo gli adulti si immedesimano in lei perché ritrovano il bambino che sono stati. Ma “Coraline” è una fiaba e della fiaba ha sia la morfologia (ci si può divertire a trovare i personaggi e le funzioni enunciate da V. Propp in “Morfologia della fiaba“, ci sono quasi tutte) sia la funzione educativa. Ha un messaggio positivo al suo interno, ci dice che non tutto ciò che sembra bello lo è realmente, che è possibile combattere e vincere anche un avversario apparentemente invincibile e che, soprattutto, se si ottiene sempre tutto ciò che si desidera senza problemi le cose cesseranno di avere importanza. In più “Coraline” è una fiaba nera, una fiaba, cioè, che ha una componente orrorifica che spaventa il lettore – o lo spettatore del film – ed è funzionale a far risaltare ancora di più il finale positivo della vicenda.
“Coraline” ha vinto sia il premio Nebula sia il premio Hugo per il miglior romanzo breve del 2003 ed è stato un best sellers non solo in Italia. Le immagini nel libro sono di Dave McKean, un illustratore, fumettista, regista cinematografico inglese che ama mescolare nei suoi lavori più tecniche artistiche.
L’adattamento cinematografico di “Coraline” è del 2009 ed è diretto da Henry Selik, che ne è anche sceneggiatore. In questo film sono evidenti delle similitudini dal punto di vista visivo con “Nightmare before christmas” che Selik aveva diretto nel 1993 su soggetto di Tim Burton.
Il film è realizzato tramite la tecnica dello stop-motion – o passo uno – cioè la tecnica di fotografare le miniature, muoverle leggermente, fotografarle e di nuovo e così via sino ad avere, mettendo in fila tutte le foto, una sequenza in cui si ottiene l’illusione del movimento. I personaggi sono ben realizzati, la protagonista con la sua smorfia sul viso è accattivante come anche le particolarità di tutti i personaggi del film che, però, mantengono la componente spaventevole tipica della fiaba nera. Il film è gradevole e, come il racconto, è fruibile sia dagli adulti che dai bambini. La pellicola, pur mantenendo la struttura narrativa della fiaba, presenta delle differenze rispetto la libro: il personaggio di Wybie – Wyborne – con cui Coraline instaura un’amicizia e che l’aiuta a gettare la mano nel pozzo, nel libro non esiste; la protagonista si reca più volte nell’altra realtà e per tornare indietro le basta addormentarsi; la prima biglia, contenente l’anima di un bambino, è nel giardino, non in camera, e Coraline deve combattere contro l’altro padre per averla; infine, l’altra madre nel finale ha l’aspetto simile a quello di un ragno meccanico e la sua mano destra, che insegue la bambina nella realtà, sembra fatta di aghi appuntiti, non di carne e artigli come nel libro. Questo perché, visto che l’altra madre crea bambole e cuce bottoni, nell’adattamento cinematografico si è pensato di rappresentarla visivamente come fatta di aghi. Per renderla ancora più inquietante, nel confronto finale con Coraline sulla ragnatela, l’altra madre ricorda la creatura aliena del film “Aliens”, inquadrature comprese.
La pellicola è stata realizzata in 3D ma sono poche le scene in cui è realmente utilizzato – ad esempio nei titoli di testa – ed è quindi fruibile in due dimensioni senza nessun problema.
