Ci ha fin da subito abituati troppo bene, Miguel Gomes. Ci ha abituati bene già da quando nel (non troppo) lontano 2015 ha realizzato l’opera monumentale (senza paura d’esagerazione alcuna) Le Mille e una Notte, presentandoci attraverso una messa in scena innovativa, coraggiosa, ma anche a suo modo ironica un nuovo modo di giocare con la nostra amata settima arte.
Come ben sappiamo, dopo la realizzazione di un lavoro di grande impatto, è sempre difficile trovare la giusta chiave per far sì che il pubblico non resti deluso da ciò che viene creato successivamente. Bene. Nel caso di Grand Tour, presentato in anteprima mondiale in concorso al Festival di Cannes 2024 (dove è stato insignito del Prix de la mise en scène), possiamo affermare con sicurezza che tale chiave è stata trovata e che il cineasta portoghese è riuscito ancora una volta a sorprenderci e ipnotizzarci con quello che a tutti gli effetti è “il film che non ci aspettiamo”. Ma vediamo nello specifico di cosa stiamo parlando.

Liberamente ispirato al romanzo Il Gentiluomo in Salotto di William Somerset Maugham, Grand Tour, ambientato nel 1917, ci racconta per immagini le vicende di Edward (impersonato da Gonçalo Waddington), funzionario britannico in Birmania, il quale, dopo aver ricevuto un telegramma, decide immediatamente di partire per Singapore.
Avrà così inizio un lungo, lunghissimo viaggio in tutta l’Asia – dal Giappone a Shanghai, per poi arrivare addirittura in Cina – che ben presto assumerà le sembianze di una sorta di spy story. A inseguire l’uomo, infatti, c’è la sua promessa sposa Molly (Crista Alfaiate), in preda a un tormentato amour fou da cui, invece, il suo fidanzato vuole fuggire. Come andrà a finire?
E non è un caso, dunque, se per Grand Tour Miguel Gomes è stato premiato per la miglior regia. O, meglio ancora, il caso (ma diciamo pure la pandemia) ha fatto sì che determinate scelte (obbligate) abbiano conferito al tutto un tocco del tutto singolare, seppur studiato fin nel minimo dettaglio, che successivamente ha addirittura assunto un significato fortemente simbolico.
Come già menzionato, dunque, Grand Tour è ambientato nel 1917. Eppure, talvolta, abbiamo quasi l’impressione di trovarci in epoca contemporanea, date le (spesso spoglie) scenografie, che talvolta presentano elementi da ascrivere ai giorni nostri. Le scene riguardanti i protagonisti, infatti, sono state girate all’interno di studi cinematografici in Italia, mentre per quanto riguarda i momenti in cui ci vengono mostrati i suggestivi paesaggi di volta in volta attraversati, dall’impronta prettamente documentaristica, il regista si è avvalso di vecchie riprese effettuate tempo addietro insieme alla sua troupe.
Ed ecco che il Cinema, finalmente, si manifesta in tutta la sua potenza visiva e comunicativa, “rubando” quasi la scena ai suoi personaggi e diventando il protagonista principale di questo raffinato Grand Tour.
Miguel Gomes ha abbandonato ogni canone prestabilito per dar vita a un nuovo linguaggio in grado di abbracciare più luoghi e più epoche, ma anche più generi, spaziando dal cinema documentaristico al Kammerspiel. E proprio per questo suo innovativo approccio è stato ipotizzato addirittura che la fuga del protagonista sia, in realtà, la fuga dello stesso Gomes dai più rigidi diktat del cinema stesso. Sarà vero? Sarà stata questa la vera intenzione del regista nel realizzare questo suo gioiellino? Ai posteri l’ardua sentenza.