Coppia, immaginario collettivo e commedia sentimentale nel cult di Rob Reiner
Harry ti presento Sally nasce prima di tutto da un’amicizia. Quella tra il regista Rob Reiner e la sceneggiatrice Nora Ephron che, divagando dalle conversazioni di lavoro, iniziano a scambiarsi delle confidenze sulle reciproche vite sentimentali. Quasi per gioco, non poteva che sorgere spontanea allora la domanda più classica: un uomo e una donna possono davvero essere amici?
A questo punto a Reiner, cineasta tanto abile quanto eclettico, autore di almeno tre cult diversissimi tra loro (oltre alla commedia romantica, Stand by me – Ricordo di un’estate e La storia fantastica), sono stati sufficienti dieci minuti per rendere la pellicola uno dei capolavori della commedia romantica.
Come Harry ha conosciuto Sally

L’inizio infatti è geniale: le interviste a coniugi sposati, poi il primo incontro di una coppia di compagni di viaggio improbabile (Billy Crystal e Meg Ryan in incredibile sintonia), e la domanda postasi da regista e sceneggiatrice a dividerli. Due universi apparentemente inconciliabili, in lenta ma inesorabile collisione.
Harry è lo stereotipo dell’uomo che, spinto da un costante desiderio libidinoso, non crede ci possa essere amicizia tra i due generi “perché il sesso ci si mette sempre di mezzo”; Sally, invece, è il cliché della donna – “ad alto mantenimento, ma convinta del contrario” – in cerca di un sentimento sincero.
Si detestano, si respingono, divengono amici, guardano Casablanca e, presto o tardi, scoppia l’amore. Un classico.
Ribaltare lo stereotipo dall’interno
Se una New York nella sua veste più suggestiva (il tradizionale alternarsi del foliage stagionale con gli stucchevoli picchi natalizi) contribuisce a quell’impressione di banalità nelle componenti essenziali, la scrittura, le interpretazioni (doverosa menzione speciale a Carrie Fisher, mai decorativa) e, soprattutto, il montaggio rendono invece Harry ti presento Sally sottilmente sovversivo rispetto al genere.
Le caratterizzazioni stereotipizzate dei due, infatti, sono spesso rovesciate in brevi quanto folgoranti episodi, come la crisi post-separazione, distruttiva per Harry molto più che per Sally, o la leggendaria scena dell’orgasmo femminile simulato. Con tale andamento dodici anni (e tre mesi) di relazione vengono coerentemente compressi in un ritmo vivace che, con il contrappunto (quasi un coro greco) delle coppie di anziani, segue le esitazioni dei due protagonisti.
Esitazioni che, però, non sono quasi mai dovute a impedimenti melodrammatici esterni – come la tradizione della commedia romantica vorrebbe – ma sono racchiusi nel loro rapporto di conoscenti e, poi, amici. Un legame giocato abilmente su un confine sempre labilissimo, quello di un’attrazione talmente forte e, al tempo stesso, respingente che basterebbe una minima esitazione per decretarne il successo o la completa disfatta.
Perché proprio a San Valentino?
Ma perché proprio a San Valentino? Probabilmente non solo perché sono rituali nel bene o nel male catartici, ma anche perché le migliori rom-com condividono con la realtà corrispondente molto più di quanto fanno altri generi.
Per quanto ci si sforzi di analizzarla con gli strumenti della critica, infatti, una commedia romantica finisce sempre per funzionare per lo stesso motivo per cui funzionano tante storie d’amore: esiste un’alchimia di fondo intangibile e inspiegabile. Come hanno fatto Reiner ed Ephron puoi costruirla con dialoghi brillanti, attori carismatici e un montaggio a orologeria, eppure in fin dei conti, ricorrendo a un titolo di Woody Allen, basta che funzioni.