Come è noto, il cinema non è solo una questione di immagini, è soprattutto una questione di prosodia e metrica nel collegamento tra le immagini eseguito tramite il montaggio. La novità introdotta nel cinema da Pasolini all’inizio degli anni ’60 è stata quella di aver applicato al cinema la metrica della poesia al posto di quella della prosa fino ad allora impiegata nei film narrativi. A connotare lo stile del suo cinema, da lui chiamato “cinema di poesia”, sono l’impiego della macchina a mano, le riprese in esterni con luce naturale, il ricorso a lunghi piani sequenza e soprattutto un modo nuovo di utilizzare le giunte nel montaggio, un modo fondato sulla nozione del “ritmema”, quest’ultimo inteso come regolatore in funzione psicologica dei rapporti spazio-temporali tra i contenuti delle singole inquadrature.
Insofferente dell’arte per pochi e di ogni forma di paternalismo e di intellettualismo, l’uomo Pasolini, primo nel vedere nel consumismo e nella sua alleata televisione la forma del fascismo moderno, ha fatto dell’amore disinteressato il motivo dominante della esistenza, anche a rischio della vita. Quanto al Pasolini regista, egli è stato sempre convinto che “ o spettatore,per l’autore, non è che un altro autore” e che lo spettatore “non è colui che non comprende, che si scandalizza, ma è colui che comprende, che simpatizza, che ama, che si appassiona: tale spettatore è altrettanto scandaloso che l’autore”. Profeta inascoltato a suo tempo, Pasolini ha lasciato un cinema poetico-critico fonte di ispirazione per molti autori successivi, un cinema che non serve né a trastullare né a indottrinare ma serve a condividere esperienze umane per una comune crescita morale. E in questo lascito artistico sta ancora l’attualità della sua opera da regista nelle sue diverse manifestazioni poetiche.
