Il successo come deserto morale e affettivo nell’epopea di P.T. Anderson
Ne Il petroliere un uomo guarda la propria volontà compiersi, mentre il figlio resta irrimediabilmente ferito: lingue di fuoco si scagliano violente contro il cielo. Un grande successo, un gesto di ribellione contro Dio che ha donato all’uomo i propri limiti. Quasi un “sacrificio” umano, veterotestamentario come quello di Abramo, che si costituisce come atto necessario, sangue propiziatorio per gettare le fondamenta del capitalismo.
Ci troviamo nell’epicentro, di fronte al punctum di quel racconto epico che Paul Thomas Anderson (sotto il biblico titolo originale di There Will Be Blood) ha dedicato all’edificazione dell’America, territorio orizzontalmente sterminato su cui il protagonista afferma il proprio individualismo verticale, lasciando dietro a sé terra bruciata.

La trama de Il petroliere
Sulle fondamenta del mito americano si innesta il racconto: all’alba del XX secolo Daniel Plainview, cercatore d’oro con il volto di Daniel Day-Lewis (in un’interpretazione che, oltre all’Oscar, ha segnato un apice), scopre il petrolio, divenendo così uno dei primi magnati della nuova industria.
“Fare, quindi. Esserci, quindi. Osare. Osare. Osare” ha scritto Stefano Massini nel suo Lehman Trilogy, testo che in qualche modo costituisce un compendio di quell’ascesa spregiudicata e brutale che il protagonista di Anderson persegue contro la natura, contro la religione, contro la società e persino contro il suo stesso figlio.
Sangue nel deserto
Anderson, adattando (liberamente, come è solito fare) la prima parte di Oil! di Upton Sinclair, riporta il cinema hollywoodiano in quegli spazi aridi e sterminati del western, momento mitopoietico per eccellenza nella storia cinematografica (e non) a stelle e strisce.
Qui, nell’insostituibile scenario in cui solitamente emerge il processo di antropizzazione, il titanismo tracotante e smisurato del protagonista trova nell’evoluzione di un’economia capitalistica il suo atto più radicale contro la natura. La traiettoria ascensionale da lui percorsa è quella vertiginosa delle azioni in borsa, in cui, però, ogni spregiudicato successo conduce a un maggior isolamento.
“Ho abbandonato mio figlio”
La fisicità del petroliere di Day-Lewis soggioga ogni centimetro della pellicola con il suo agire animalesco e predatorio (da berserker verrebbe oggi da dire) che non conosce amore, ma solo possesso. Un possesso ancor più degradato da quello ricercato dal potere: è il possesso commerciale, utilitaristico, quello che si instaura con gli oggetti acquistati e di cui si percepisce solamente la sua costante disponibilità all’uso.
Così, la paternità (assente e ricercata, degenerata o surrogata del cinema di Anderson) è per il magnate un anelito che giace morente sotto la manipolazione che, fin da subito, fa del bambino, niente più di un prodotto da sfruttare per i propri affari fino al suo momento di rottura.
Ma la straordinarietà de Il petroliere non si limita a una ricostruzione storica; no, la pellicola è capace anche di mettersi in dialogo con il ritorno dell’America a una politica estera predatoria, a quella dottrina Monroe che, imperante proprio nell’Ottocento di Daniel Plainview, stabiliva la supremazia ontologica, quasi razziale, degli Stati Uniti sulle Americhe.
There Will Be Blood non sembra più solo un titolo, ma quasi una promessa.
FAQ Il petroliere
Chi è il petroliere della storia?
Oltre a essere in parte adattata da Oil!, la figura del magnate è stata ispirata dalla biografia di Edward Soheny, cercatore d’argento della California.
Chi sono gli altri attori del film?
La nemesi evangelica di Daniel Plainview, Eli, è interpretato (magistralmente, al contrario di quanto sostiene Tarantino) da Paul Dano, mentre il figlio del protagonista da bambino ha il volto di Dillon Freasier e da adulto quello di Russell Harvard.
Quanti Oscar ha vinto
Il petroliere ha vinto solamente due Oscar (miglior attore protagonista e migliore fotografia) su otto candidature.