Desiderio, gelosia e manipolazione nella borghesia francese
Claude Chabrol, regista assai prolifico il cui occhio attraversa – senza esaurirsi – la Nouvelle Vague, ha condotta nella sua lunga carriera una ricerca capace di snodarsi agilmente tra thriller psicologico, polar, melodramma borghese e noir.
Nel 1968, in uno dei suoi periodi di maggior prolificità, l’autore presenta al Festival di Berlino Le cerbiatte, uno studio psicologico (ed erotico) su una borghesia moralmente stanca che, con il volto protagonista della sodale Stéphane Audran (Orso d’argento per il ruolo), condensa diverse sue ossessioni, senza riuscire a donargli però una giusta profondità
La trama di Le cerbiatte

Algida e sensuale, la musa di Chabrol interpreta Frédérique, ricca donna che un giorno si invaghisce di una giovane artista di strada che dipinge cerbiatte, Why (Jacqueline Sassard). La ragazza, dopo essere stata sedotta e portata con Frédérique nella sua casa di Saint Tropez, si invaghisce a una festa di Paul Thomas (Jean-Louis Trintignant).
In preda alla gelosia, la donna conquista il pretendente di Why fino a instaurare con i due un torbido triangolo amoroso che, con giochi manipolatori, incrinerà irrimediabilmente i loro rapporti.
Le cerbiatte, un film di sguardi
Quello di Chabrol è sempre stato un cinema della forma, dello sguardo. Un cinema costruito sul cosa si guarda, ma soprattutto sul come lo si fa. Ed è per questo che si domandava polemicamente: “se un’inquadratura, un’angolazione, un movimentano della cinepresa, sono gratuiti e intercambiabili, a che serve il cinema?”.
Le cerbiatte sembra una risposta programmatica. Una dimostrazione di come si costruisce un film partendo dall’intreccio di sguardi, di come i personaggi si guardano tra di loro e del posto che la macchina da presa occupa tra questi.
Grazie a una regia tagliente, lo spazio diventa un campo di tensioni (erotiche, possessive e predatorie) in cui il rapporto perverso tra le donne sembra arrivare fino a una loro identificazione, evocando visivamente quell’incredibile sdoppiamento che soli due anni prima Bergman aveva messo in scena in Persona.
Un gioco (mortale) di seduzioni
Ma è quando si passa al cosa e non al come si racconta, che l’opera di Chabrol inizia a vacillare. L’ambizione è chiaramente quella del cinema europeo di fine anni Sessanta, tra ribellione e causticità antiborghese. Proprio questa tensione programmatica, priva dell’affilatezza ideologica di un Godard e incapace, dunque, di emanciparsi completamente dalle fantasie contro cui tenta di scagliarsi, finisce per irrigidire il film.
Le suggestioni lesbiche, infatti, più che aprire una riflessione autentica sul desiderio o sull’identità, appaiono filtrate da uno sguardo maschile che le riduce spesso a mera provocazione. Anche la rappresentazione stessa di classe – i proletari ammaliati da una borghesia che parla incessantemente, ma dietro la cui brillantezza si apre il vuoto, il narcisismo e la sopraffazione – non si dimostra incisiva.
Per questo Le cerbiatte non raggiunge mai fino in fondo quella vertigine morbosa nel triangolo amoroso che lo stesso Chabrol troverà nell’opera successiva, Stéphane, una moglie infedele, ma riesce comunque a regalare un finale che, pur non del tutto inatteso, chiude con un guizzo perturbante. È infatti solo nell’ultimo, improvviso gesto che Chabrol lascia esplodere la violenza rimasta fino ad allora compressa sotto la superficie elegante della borghesia.