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Milano Calibro 9

È la primavera del 1972 ed esce uno dei film che aprirà la strada al “poliziottesco”: “Milano calibro 9”, diretto da Fernando Di Leo.

L’efferata violenza e i temi trattati da quest’opera, uniti ad una notevole maestria e ad una attenta messa in scena, faranno si che il film riscuoterà un grandissimo successo di pubblico e, ben presto, verrà “copiato”, riproposto e imitato da altri autori creando così il genere poliziottesco.

Di Leo prende spunto dal romanzo omonimo di uno dei più grandi giallisti italiani, Scerbanenco, e usando come sfondo una cupa e nerissima Milano, ci narra le vicende di Ugo Piazza: criminale appena uscito di galera, grazie all’amnistia, che si trova braccato dagli uomini del suo ex capo, l’ “Americano”, convinti che lui ha rubato una ingente somma di denaro. Sembrerà trovare un minimo di tranquillità a casa di Nally, donna con la quale aveva una relazione prima di essere incarcerato, ma l’unico a dargli una mano sarà l’amico e compagno di sempre Quino.

Con “Milano calibro 9” Di Leo reinventa il noir classico portando nella pellicola un linguaggio nuovo da intendersi sia come messa in scena, sia come dialoghi.

I dialoghi infatti sono molto realistici: c’è un ampio uso del dialetto e delle cadenze regionali che attraversano tutto il meridione, a parlare con cadenze del sud non sono solo i criminali, ma anche i funzionari di polizia, espediente, quello del dialetto che aiuta il regista a dipingere meglio lo spaccato e la conformazione della società della Milano negli anni ’70.

Altra peculiare novità sta nei personaggi: i sicari sono delinquenti di quart’ordine, ignoranti e brutali, usano sempre le stesse parole, spesso volgari e, prima di ammazzare, non si soffermano in pensieri elevati e dubbi sul loro essere assassini, ma uccidono e basta. La donna di questo film non è la femme-fatale classica dei film noir, è una spogliarellista arrivista e sfruttatrice che guarda soltanto al guadagno personale e agisce in funzione del denaro, non aspetta che il suo uomo esca di galera, ma durante il soggiorno punitivo di questi ha “avventure” con altri uomini.

Le scene d’azione hanno un peso notevole nello svolgersi della vicenda, ogni snodo narrativo è cadenzato con una rissa, con una sparatoria, con un’esplosione creando così un ritmo forsennato, mai visto con tanta efficacia prima di allora.

L’atmosfera che si respira fin da subito è quella tipica del noir e ricorda molto i film di Melville, però il regista pugliese utilizza un linguaggio personale e totalmente nuovo che ne fanno un’opera a se stante nel panorama noir.

Largo spazio viene dato alla profondità psicologica dei personaggi, non solo per quanto riguarda il disilluso protagonista, ma anche i vari personaggi che gli ruotano intorno, come Quino (Philippe Leroy) unico amico di Ugo, o l’ambigua Nally (Barbara Bouchet); nessuno dei personaggi è in realtà quello che sembra: un semplice cameriere si rivela come un traditore senza rispetto e senza scrupoli, e il capo degli scagnozzi dell’Americano cambia totalmente nel corso del film: per gran parte della vicenda odia Ugo, ma alla fine capisce il modo di essere del protagonista e lo ammira e lo stima fino ad uccidere il suo assassino per rivendicarne la memoria.

Il film ha sequenze notevoli come quella della telefonata nell’appartamento, quando Ugo, appena finito di parlare al telefono con il capo degli scagnozzi dell’Americano lascia l’abitazione e  incamminandosi verso l’uscita, passa davanti ad un’apertura nel muro con dei rami neri e Nally lo saluta con un semplice “ciao”. L’immagine è emblematica perché attraverso le linee frammentate e irregolari dei rami si preannuncia la rottura del legame tra i due e il futuro tradimento di lei.

Il film è girato ai bordi della Milano da bere, i personaggi che nell’aspetto ricordano gli yuppie che scalavano i gradini della società del periodo, sono in realtà solo delle bestie ben vestite, ben pettinate e che si spostano su automobili costose. A dare una maggiore impressione di realtà e a contribuire a farci calare nelle atmosfere degli anni ’70 ci sono i dialoghi con toni da propaganda elettorale tra il commissario di polizia e il suo vice, socialista e malvisto da tutta la caserma.

La pellicola procede inesorabile su un percorso di violenza, bombe, risse, sospetti e tradimenti sia presunti che reali fino a sfociare nel tragico finale. Il tutto si conclude con l’immagine-concetto di una sigaretta che si consuma in fretta, proprio come le vite dei protagonisti del film.

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