I videogiochi del penultimo decennio del secolo scorso presentano nella schermata d’avvio un’unica dicitura, ovvero quel Ready Player One che dà il nome al romanzo sci-fi di Ernest Cline e all’adattamento sul grande schermo diretto da Steven Spielberg. Dopo aver raccontato lo scandalo dei Pentagon Papers in The Post, il regista di Incontri Ravvicinati del Terzo tipo e A.I. – Intelligenza Artificiale cambia medium d’interesse, passando dalla stampa a una realtà virtuale talmente evoluta da diventare l’ultimo e rassicurante rifugio dell’umanità dallo squallore imperante.

Non risulta difficile cercare di stabilire un punto di contatto tra la mastodontica finzione al centro di Ready Player One e l’Isola che non c’è dello Spielberg di Hook – Capitan Uncino. Se i bambini sperduti vivono in un’oasi lontana dal mondo che li ha scartati, Watts e il gruppo di amici conosciuti su OASIS sono stati abbandonati e, peggio ancora, “sfruttati” da un’economia basata sul debito e accecata dal profitto. Ma soprattutto, entrambi i (non) luoghi sono teatro di un percorso che fonde il coming of age al viaggio dell’eroe, in linea con il gusto spielberghiano per un ragionato divertissement.
Stavolta però lo spazio è riservato ai sensi, abbondantemente storditi dalla tracotanza visiva e sonora di un prodotto d’intrattenimento (auto)referenziale, pieno fino al midollo di prospettive trompe-l’œil. Perno dell’opera è l’amore per la cultura pop degli anni ottanta (e non solo) in ogni forma, sapientemente filtrato attraverso lo storytelling a tappe tipico del videogame e che tanto deve alla settima arte. Navigando tra citazioni ed easter egg, Spielberg utilizza il rapporto mutuale tra i due ambiti per conferire alla narrazione la forza centripeta necessaria a evitare una caduta nel vuoto, la stessa che separa gli abitanti di OASIS dalla scomparsa.