Il periodo della Seconda Guerra Mondiale, si sa, ci è stato raccontato, al giorno d’oggi, praticamente in tutte le salse. Che fare, dunque, affinché si possa dar vita a un prodotto totalmente innovativo, con tanto di punto di vista tutto personale? A cimentarsi in tale difficile impresa ci ha pensato il cineasta Lou Ye, il quale ha presentato il suo Saturday Fiction in corsa per il Leone d’Oro alla 76° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.

Un’impresa, la presente, che – come già da una prima, sommaria lettura della sinossi si può notare – si presenta immediatamente come qualcosa di molto complesso e impegnativo. E se pensiamo al fatto che Lou Ye abbia voluto sin da subito alternare realtà e finzione, scene sul set e momenti presi dalla vita di tutti i giorni della protagonista, la cosa si fa ancor più interessante. Almeno potenzialmente.
Perché, di fatto, il problema principale di un lavoro come Saturday Fiction è proprio la fatica, da parte del suo autore, di gestire, tanti, tantissimi elementi tutti insieme, per una sceneggiatura che risente parecchio di tali intenzioni e che, man mano che ci si avvicina al finale, si fa sempre più contorta, sempre più ingarbugliata, quasi come se ci si fosse dimenticati di seguire un filo logico, a scapito del povero spettatore che fatica sempre più a seguire l’intero discorso.
E se, da un lato, Lou Ye è praticamente rimasto vittima della sua stessa ambizione (che, più che altro, sta quasi a dare l’idea di una scarsa esperienza dietro la macchina da presa, sebbene il cineasta svolga il proprio lavoro da ormai diversi anni), dall’altro tale ambizione si è manifestata anche per quanto riguarda la realizzazione visiva in sé, con un bianco e nero laccatissimo che, all’interno di un contesto in cui sembra esserci tanta forma e pochissima sostanza, risulta pericolosamente gratuito e autoreferenziale. Persino a scapito di una regia tutto sommato complessivamente pulita e interessante.
Peccato, dunque, che un lavoro ricco di potenziali spunti come il presente Saturday Fiction sia fallito così miseramente. L’idea, infatti, di alternare momenti sul set a scene di vita reale è indubbiamente ricca di appeal. Ma, si sa, mentre con una buona base di partenza e una messa in scena priva di inutili fronzoli si possono realizzare prodotti davvero interessanti, nel momento in cui si vuole strafare, il rischio di mandare all’aria un intero progetto è più che mai elevato.