Forse non è un caso che il personaggio più riuscito di Solo: A Star Wars Story sia L3-37 (Phoebe Waller-Bridge), il droide navigatore capace di spostarsi nel vuoto siderale con la stessa efficacia rivelata dalla grande macchina Disney nel ricomporre i pezzi sparsi di una produzione travagliata. Dopo l’abbandono di Phil Lord e Christopher Miller per “divergenze creative”, il regista Ron Howard prende le redini dello spin off dedicato a una delle icone di Guerre Stellari, dando vita a un blockbuster solido e coeso, nonostante l’artificiosità di alcuni snodi narrativi.

Dopo Rogue One anche Solo: A Star Wars Story getta la rete nel Canone di Guerre Stellari e nel fertile territorio dell’Universo espanso, pescando una sceneggiatura in grado di mantenere un certo equilibrio tra il background del mascalzone galattico e gli sviluppi delle nuove vicende. Lawrence e Jonathan Kasdan inseriscono nello script l’ironia necessaria a stemperare la gravitas di partenza e cercano al contempo di fondere gli stilemi tipici del western con la mitologia starwarsiana, sebbene a questo giro siano del tutto assenti Jedi, spade laser e discorsi sulla Forza.
L’incapacità dei frangenti dal ritmo dilatato di far respirare a pieni polmoni Solo: A Star Wars Story evidenzia la forzata linearità del racconto, nonchè l’omologazione del vissuto e del sentimento. Schiacciato dal peso di un’eredità che porta il nome di Harrison Ford, Ehrenreich evita la mera emulazione e trasforma il cinismo del vecchio Han in innocente idealismo, mentre Harrelson si distingue tra i comprimari in veste di “mentore”. Se Glover gigioneggia con ispirata naturalezza nei panni dell’amico opportunista, la Clarke perde spesso la bussola, complice forse l’alone di mistero che avvolge la donna fino alla fine. Dulcis in fundo, Suotamo riesce a dare spessore (e vigore) all’ingombrante presenza del best buddy di Han, lasciando “un gran bel presentimento” per il futuro del franchise.