Ci sono registi come il francese Philippe Lioret che possiedono la rara dote di saper raccontare storie. Intercettano anomalie grandi e piccole del nostro tempo, si lasciano sopraffare dalla verità di un volto o dall’alchimia di un incontro, ma non rinunciano a fare cinema in maniera asciutta, sobria e senza fioriture. Guardando la filmografia di Lioret, capita spesso di imbattersi in drammi individuali che, pur nascendo da riflessioni sociali, travalicano i confini del cinema impegnato lavorando sul terreno dei sentimenti. Le sue storie hanno il merito di toccare temi profondi e sofferti con semplicità, persino quando documentano l’odissea dei clandestini ammassati a Calais in cerca di una via di fuga verso l’Inghilterra (Welcome) o l’irregolarità dei crediti al consumo che affligge la società moderna (Tutti i nostri desideri). Con l’ultimo Le fils de Jean, Lioret trova un altro luogo d’espressione privilegiato nella famiglia, nel confronto generazionale, nei delicati equilibri che si generano quando paternità biologica e legittima non coincidono.

Liberamente tratto dal romanzo di Jean-Paul Dubois, Si ce livre pouvait me rapprocher de toi (1999), Le fils de Jean è un’opera “solare” che commuove col sorriso sulle labbra, un viaggio intimo e profondo attraverso le relazioni familiari che esplora il delicato percorso identitario di un figlio alla ricerca delle proprie origini. Malgrado abbia disseminato la storia di indizi e colpi di scena secondo la tipica grammatica del giallo – dal cadavere scomparso al quadro misterioso che Mathieu ha ricevuto in eredità da Jean – Lioret è più ansioso di traghettare i personaggi fuori dalla tempesta emotiva della rivelazione risolutrice che di coinvolgerli in una caccia al mistero che resta in filigrana. L’interazione fra Pierre e Mathieu rappresenta l’asse portante dello sviluppo drammatico: potremmo giudicare insensata la cautela con cui protegge Ben e Sam dalla scoperta dell’esistenza di un fratello, ma dietro quell’aria burbera e distaccata da vecchio orso Pierre dissimula una sofferenza intima, una mancanza dolorosa (e colpevole) che lo lega a doppio filo all’ignaro Mathieu. Arcand (Le démantélement) e Delandonchamps (Lo sconosciuto del lago) sono assolutamente convincenti nel farci empatizzare con i loro personaggi, nel caricare di aspettativa ogni sguardo o silenzio prolungato, ma Cardinal e Hivon sono protagonisti di un episodio altrettanto impressionante, che rivela quanto la nudità della realtà possa far male una volta alzato il velo dell’illusione.
Nome consolidato del cinema francese contemporaneo (anche se noto più in patria che in Italia), Lioret dimostra la consueta abilità nel dosare il ritmo con precisione millimetrica e nell’utilizzare i suggestivi spazi aperti del Québec per portare freschezza a un film prevalentemente girato in interni. Eppure, qui più che altrove, si sente un piacere nel raccontare e un altrettanto forte desiderio di condivisione che testimoniano un understatement fisiologico davvero fuori dal comune. Lioret non ha paura di entrare nell’ambito del mélo, ma se ne tiene discosto, per non strafare, per garbo congenito, per innato rispetto verso il pubblico. Come a dire che l’esigenza della limpidezza narrativa vince sempre su qualunque forzatura, perché «un film è un dono che viene fatto allo spettatore, e se si vede il lavoro, è un po’ come averci lasciato il prezzo sopra».