Un sacchetto di biglie diretto da Christian Duguay è la storia vera di Maurice e Joseph Joffo. I piccoli fratelli ebrei vivono a Parigi, durante l’occupazione nazista. Dopo la scuola si fermano sempre a giocare a biglie con i compagni e poi si ritrovano con il resto della famiglia nella bottega di barbiere del padre. Nonostante la guerra, la famiglia Joffo vive un’apparente normalità che però presto viene stravolta dall’inasprirsi del conflitto e dalla caccia agli ebrei da parte degli occupanti tedeschi. La famiglia Joffo è costretta a separarsi e scappare verso Nizza. Maurice e Joseph da soli affronteranno il viaggio verso il sud del Pese e solo grazie alla loro astuzia e alla loro prudenza mascherata da coraggio riusciranno a raggiungere la Costa Azzurra.

La ferocia dei nazisti è presente, ma la violenza è edulcorata e tangibile soltanto in alcune scene verso il finale: Duguay sembra di non voler mai turbare il destinatario finale del film, cioè un pubblico di bambini. La scena che sciocca maggiormente infatti non riguarda direttamente il sistematico e crudele metodo nazista per catturare gli ebrei, ma è quella in cui il padre, interpretato magistralmente da Patrick Bruel, interroga il piccolo Joseph pressandolo con la domanda “sei ebreo?”, schiaffeggiandolo e umiliandolo per fargli capire che solo mentendo e ricorrendo al coraggio riuscirà a salvarsi.
Come nel campione d’incassi Belle e Sebastien – L’avventura continua, anche in Un Sacchetto di Biglie, Duguay si rivolge ai più piccoli e si serve della maestosità della natura per mostrare la piccolezza di alcuni uomini e proprio grazie a questi campi lunghi e lunghissimi il film riesce ad intrattenere anche lo spettatore adulto.