Cabiria magazine

Dracula di Bram Stoker: Coppola tra innovazione e tradizione

Quando Francis Ford Coppola, nel 1992, decise di affrontare Dracula, non girò soltanto un film gotico: costruì un atto di resurrezione. II suo Dracula di Bram Stoker è, prima di tutto, un ritorno alle origini del mito e del cinema.

Volevo fare Dracula come si sarebbe potuto girare nel 1897

Dichiarò il regista e in questa frase c’è tutta la sua poetica: un cinema che guarda al passato per ritrovare la propria fede. I suoi mostri non nascono dal computer ma dall’ombra, dai veli, dal sangue finto che sembra vero. Un film che parla di amore e morte con la lingua del rito.

Una trama di sangue

Nel 1462 il conte Vlad perde la sua amata e, maledicendo Dio, diventa il vampiro Dracula. Costretto a vivere nei secoli, incontra Mina la reincarnazione del suo amore perduto e tenta di riconquistarla, mentre un gruppo guidato da Van Helsing cerca di ucciderlo.
Riuscirà a ricongiungersi con la sua metà perduta?

La riscrittura del mito di Dracula: orrore o compassione?

Il Dracula dello scrittore irlandese Bram Stoker, pubblicato nel 1897, è il romanzo epistolare che codifica definitivamente il mito del vampiro nella cultura moderna. Mescola il gotico, la scienza e le ansie dell’epoca vittoriana per la decadenza morale, trasformando la figura del conte della Transilvania in un simbolo “dell’altro” che minaccia l’ordine dell’Occidente, riflettendo le paure per l’espansione dell’Est europeo.

Nel titolo di Coppola troviamo un vero e proprio manifesto, sottolineando la paternità dell’autore originale. Non una semplice citazione, ma una fedeltà letteraria dichiarata e una necessità di differenziarsi dalle numerose versioni cinematografiche precedenti. Una reinterpretazione che vorrebbe restituire quanto fatto da Stoker, senza però rinunciare alla sua visione estetica e poetica. Avendo all’epoca la sua casa di produzione Zoetrope quasi 30 milioni di dollari di debiti, Coppola aveva bisogno di un film decadentista, dell’Ottocento, per dar sfogo alla sua abilità di artigiano e mastro.

Coppola trasforma Dracula da predatore a martire. Non è più la bestia che minaccia l’ordine morale, ma un uomo che ama. Non rifiuta Dio in quanto demonio, ma perché accecato dalla sofferenza: la morte dell’amata Elisabetta per un inganno orchestrato dei turchi, gli fa sfidare il cielo. L’amore diventa così dannazione. Qui allora, viene da porsi la prima domanda sull’aderenza al testo di Bram Stoker. Nel libro, conosciamo il vampiro solo dai racconti di altri personaggi: non scrive mai in prima persona quello che vive. Certamente è il protagonista, ma non narra, non racconta di sé: come la miglior storia orale del folklore, vive grazie al tramandare degli altri. Furbo, astuto, cattivo, malvagio e scaltro, queste tra le caratteristiche che emergono dai racconti di quei poveretti che hanno la sfortuna di avere a che fare con lui. Coppola riscrive il mito adattandolo alle esigenze degli anni Novanta, del suo pubblico.

Guillelmo del Toro, ben trentatré anni dopo, con il suo Frankenstein, fa un gesto parallelo e complementare a quello del regista americano. Entrambi i film negano la logica dell’horror classico: il mostro non è l’altro da distruggere, ma il riflesso delle nostre passioni umane e sofferenze. L’incarnazione umana di ciò che la società rifiuta. In un’intervista ha confessato che Frankenstein è: «Un melodramma sull’amore e sull’imperfezione» — e sembra di sentire l’eco del Dracula inginocchiato di Coppola, che piange davanti alla donna amata e trova, nel bacio, la sua unica redenzione.

Entrambe le creature sono alla ricerca di quel contatto che li possa far smettere di soffrire, lontani però dal volere di Stoker o Mary Shelley.

Il legame con Nosferatu di Werner Herzog

Allo stesso tempo, il Dracula di Coppola dialoga con Nosferatu del grandissimo Werner Herzog. Lui aveva già nel 1979 trasformato il vampiro in un essere tragico, concentrandosi sull’isolamento e sul destino della creatura. Coppola lo recupera e aggiunge quei colori e quella teatralità propria del suo retaggio americano. A vincere nell’immaginario comune sarà proprio la versione di Coppola, nonostante però il Non Morto di Herzog rimanga la versione migliore dello spietato e demoniaco vampiro stokeriano.

Lo stile doppio di Coppola

Nel Dracula di Coppola ogni gesto è ambivalente: la croce che brucia è anche la luce che salva. Lucy e Mina sono due volti della stessa passione, la carne e lo spirito, l’abbandono e la redenzione. L’una la repressione sessuale vittoriana interpretata da Lucy che desidera ardentemente, viene punita e trasformata in una donna libera ma pericolosa; Mina invece, è la santa, pura e controllata.

Altro simbolo è il sangue che nell’immaginario cristiano è sacramento e sacrificio, ma nel film si carica anche come fluido erotico. Berlo è quell’atto che sancisce l’unione, sostituendo l’atto carnale. Quando Mina beve il sangue di Dracula, la scena è montata e illuminata come un rapporto amoroso e un rito di comunione.

L’uso della luce ed ombra arricchiscono visivamente questa dualità che permea l’intero film. La luce di Dio e la luminosità della croce, in contrasto con quelle silhouettes inquietanti che riecheggiano in un certo cinema delle origini.

Arriviamo così dalla dichiarazione dalla quale siamo partiti! Dracula di Bram Stoker vinse ben tre premi Oscar: miglior costumi, miglior trucco e miglior montaggio sonoro. La cura nella produzione non è un mistero. Questa impresa è servita a Coppola per riportare ombre, filtri, giochi di luce, sovrimpressioni che affondavano le radici nel cinema delle origini di Georges Méliès e Fritz Lang. Ogni inquadratura è costruita come un quadro simbolista o preraffaellita. Il fine è rafforzare quella caratteristica soprannaturale che questo film richiedeva.

John Everett Millais, Ofelia, 1851- 1852, olio su tela,
76,2×111,8 cm, Tate Gallery, Londra
Exit mobile version