Guillermo Del Toro è il regista delle ferite da curare: a Venezia 82 approda Frankenstein, produzione Netflix.
Nuovo ed ennesimo riadattamento del romanzo di Mary Shelley (altresì anche Il moderno Prometeo), si aggiunge anche al trend delle storie gotiche, vedi Mercoledì di Tim Burton oppure curata dallo stesso Del Toro, Cabinet of curiosities.

La storia si innesta sull’intricato rapporto tra creazione e distruzione, tra l’oggettificazione all’accoglienza pura dell’altro, mentre si cerca di essere un po’ meno soli.
Oscar Isaac è Viktor Frankenstein, scienziato visionario con l’ambizione di rivalsa sul padre e sulla morte. Con il supporto di Henrich Harlander, interpretato da Christoph Waltz, Viktor cuce scarti di cadavere e crea un uomo maestoso e delicato allo stesso tempo: La Creatura (o mostro) il cui volto è prestato da Jacob Elordi.

Frankenstein, la recensione 

Fin dal corto muto del 1910 di J. Searle Dawley, la globalità delle varie trasposizioni cinematografiche dell’opera di Shelley, parodie incluse, esplora il mito della Creatura e l’emulazione di dio, sfidando le leggi della medicina e della morale, ponendo nuovi problemi. 

Sostituirsi alla divinità è un concetto che troviamo anche nelle arti, pensate al “Perchè non parli” di Michelangelo, artista-creatore-dio proprio come Viktor Frankenstein.
Fare arte, in fondo, non è altro che far leva sulle proprie esperienze, anche traumatiche, per creare qualcosa di nuovo, qualcosa di buono, qualcosa per tutti.

Al di là degli adattamenti de “Il moderno Prometeo” di Shelley, la tematica può essere vista da un altro punto di vista come delirio di onnipotenza e ultimamente tale topic lega diverse opere: Povere Creature di Lanthimos, l’horror Splice di Vincenzo Natali e, perché no, perfino Oppenheimer di Nolan. 

Tornando a Frankenstein, il regista traduce il voler essere dio come conseguenza di un trauma generazionale. Quest’ultimo si riferisce ad un insieme di comportamenti dovuti a dolori non elaborati e spesso trasmessi tra generazioni. Ed è il caso di Viktor, che nonostante voglia ribellarsi all’austerità del padre, nel cercare ed ottenere la sua rivalsa, inconsciamente replica quegli stessi atteggiamenti che tanto disprezzava su quello che considera un figlio.

Figlio che in un primo momento Viktor considera come un miracolo, ma che presto ripudia. Tale mutamento si comprende dapprima nelle espressioni di Jacob Elordi, alto, viso spigoloso, voce modulabile ed occhi espressivi che veicolano rabbia, paura, tenerezza, commozione e violenza con una sprezzatura soave. Elordi, ci aveva abituati al tipico personaggio arrogante, popolare e presuntuoso, invece sotto la regia di Del Toro dimostra di poter essere un interprete molto più complesso. Lui brilla, ma Oscar Isaac, Christoph Waltz, Mia Goth non sono da meno. 

Dal lato tecnico, la fattura del film si apprezza attraverso i costumi sontuosi di Kate Hawley, la fotografia di Dan Laustsen dai colori e le luci sognanti che illuminano ambienti reali (scenografia di Tamara Deverell) e virtuali (CGI di Dennis Berardi) ben mescolati insieme.
Evan Schiff realizza un montaggio morbido, come si addice alle favole, e sottolinea la divisione in tre atti della sceneggiatura.

Frankenstein è una gemma anche per gli occhi, con inquadrature immersive e dinamiche, che rigettano la staticità il più possibile. Firma stilistica di un regista che esplora l’anima attraverso le fiabe. Ogni movimento di macchina, ogni campo lungo o primo piano stimola l’immedisimazione e la catarsi.
Il male, secondo Del Toro, è universale e viene appreso dal mondo, ma c’è possibilità di redenzione e il “mostro” di Frankenstein, nel disimparare la crudeltà, risorge “essere umano”.