La lotta di classe si sta riprendendo il suo spazio all’interno delle sale, fuori da esse tace e solo ogni tanto borbotta, ma sullo schermo diventa cinica e feroce, No other choice di Park Chan-wook si fa fotografia del momento e della condizione psicologica che porta a giustificare l’assioma latino Mors tua, vita mea (quasi letteralemte).

In occasione dell’82° mostra del cinema viene dunque presentato No other choice (Eojjeol suga eopda) del maestro sud-coreano Park Chan-wook che, dopo dieci anni da Decision to leave, riesce a realizzare il sogno di trasporre il romanzo di Donald Westlake The ax – Cacciatore di teste, da cui anche Cost-gavreas ha tratto un film nel 2005.

No Other Choice è la rilettura asiatica di quello spunto e ben si allinea al filone politico-sociale della cinematografia della Corea del Sud, nel quale possiamo iscrivere Pietà (Leone d’oro per Kim Ki-dook alla 69° Mostra del cinema di Venezia), Il prigioniero coreano (sempre di Kim Ki-dook e sempre presentato a Venezia) o il premio oscar Parasite.

No other choice, trama del film di Park Chan-wook.

Man-su (Lee Byung Hun, il “cattivo” di Squid Game), uno specialista nella produzione di carta con 25 anni di esperienza, è così soddisfatto della vita che può sinceramente dire a se stesso “Ho tutto”. Però all’improvviso quel tutto si sgretola: viene licenziato.
Scioccato come se gli avessero tagliato la testa con un’ascia, Man-su giura di trovarsi un nuovo lavoro entro i prossimi tre mesi per il bene della sua famiglia.

L’uomo trascorre oltre un anno passando da un colloquio di lavoro all’altro e rischia di perdere la casa che ha cercato con tanta fatica di acquistare. Disperato, si reca all’improvviso alla Moon Paper e cerca di consegnare il suo curriculum, ma finisce solo per essere umiliato dal responsabile di linea Sun-chul (Park Hee Soon).
Man-su sa di essere più qualificato di chiunque altro per lavorare alla Moon Paper, quindi l’unico modo di aver il posto è superare la concorrenza, o eliminarla.

No other choice: perchè vederlo?

No Other Choice ha una storia tipica dei prodotti audiovisivi della Corea del Sud, altissimi (i già citati Bong John-ho e Kim Ki-dook) o medio-bassi come la fortunatissima serie Netflix Squid Game, racconta la competitività feroce del Paese asiatico e gli aspetti negativi del boom economico dei primi 2000.

Man-su inizia la caccia ai pretendenti al “suo” posto con un dente malato, ha dubbi, ma ormai in lui c’è qualcosa che marisce. La sua famiglia deve continuare a vivere nell’agio e non può perdere la ricchezza sudata pezzo dopo pezzo. Goffo e inesperto è determinato a eliminare tutti i rivali.

Park Chan-wook, senza calcare, dimostra che la sua mano è ferma e decisa, ma anche sfumata, multisfaccetata e poetica. In questo giallo, o corsa contro il tempo per il lavoro, c’è spazio infatti per inquadrature piene di dettagli, ognuno dei quali funzionale o anticipatore della narrazione, dove si mescolano più generi, dal comico al grottesco, dall’action allo splatter.

Ogni fotogramma di No other choice può essere letto come il benessere economico che distrugge l’umanità e diventa oppressore famelico di esistenze, non solo quella del protagonista.
Park Chan-wook dirige un’opera dove l’ansia sociale annienta i desideri primari dell’uomo, riducendoli alla sola difesa del salvadanaio e ad un individualismo letteralmente letale.