Un suicidio e poi un grido, infine, in una perfetta chiusura circolare, un altro suicidio; nel mezzo tra la (tanta) vendetta e l'(inesistente) indulgenza c’è la (poca) pietà, quella pietà che titola questa magistrale opera del maestro coreano Kim Ki-duk, Leone d’oro alla 69° Mostra del cinema di Venezia, forse (ingiustamente?) meno blasonata di altri suoi film quali, ad esempio, Ferro 3 – La casa vuota o Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera.

Tra rimandi alla cristianità (di cui palese quello al capolavoro marmoreo del Michelangelo in locandina) e dinamiche freudiane, Kang-do (Lee Jeong-jin) è un giovane sadico orfano che lavora per uno strozzino nei sobborghi fatiscenti di Seul.
Le sue giornate trascorse intimidendo e mutilando i corpi degli indebitati vengono stravolte quando gli si frappone Jang Mi-seon (Cho Min-soo), una donna che giunge fino a farsi stuprare pur di dimostrare la sua sincerità: lei è la madre del ragazzo!
Kang-do, cedendo infine alle insinuazioni della donna, comincia a mettere in dubbio la propria vita votata alla crudeltà, finendo però in una trappola ben congegnata.

Non è un mistero che, da Kim Ki-duk a Bong Joon-ho, passando per Park Chan-wook, quello sudcoreano sia un cinema di vendetta in cui un occhio affilato disseziona le recrudescenze della loro società (su tutte le sopraffazioni per una darwiniana sopravvivenza nella guerra disperata tra poveri). Pietà, non fa differenza, anzi si inserisce in questo discorso senza variarne eccessivamente gli elementi.
Il pur indimenticabile personaggio di Jang Mi-seon (interpretato visceralmente dall’attrice) non è infatti troppo dissimile negli intenti da quello di Lee Woo-Jin in Old Boy.
All’estetica sovrabbondante di Park Chan-wook Ki-duk contrappone, però, un ascetismo minimalista che con la freddezza di una fotografia digitale votata ai grigi inquadra quei macchinari industriali (di cui forse l’autore è memore avendoci lavorato precedentemente) tramutati spesso in strumenti di tortura.
Tale imperturbabilità della messa in scena, non scadendo mai in una pornografia della violenza, amplifica le pulsioni di morte che aleggiano intossicando la vita del protagonista anche quando sembrano cedere il passo a qualche forma di pietà con la regressione infantile, quasi edipica, innescata dall’inedito amore materno.

Pietà di Kim Ki-duk non è forse indimenticabile, ma è certamente una delle tante perle giunteci negli ultimi decenni da una cinematografia ribollente e tanto affascinante come quella coreana. Non lasciatevi fuorviare dal nome, non è un film molto adatto per una Pasqua tradizionale, men che meno per la festa della mamma.
