Siamo nel 15 giugno 1985 quando i registi Hayao Miyazaki e Isao Takahata e i produttori cinematografici Toshio Suzuki e Yasuyoshi Tokuma fondarono lo Studio Ghibli (letto [dʑíbɯɽi]). Il nome è stato scelto dallo stesso Miyazaki, seguendo il nome in codice — dal vento caldo sahariano — del bimotore Caproni.Ca.309 dell’azienda aereonautica italiana, tanto cara al regista.
Il primo film dello Studio è stato Laputa – Castello nel Cielo del 1986, ed è solo nel 1997 (ben undici anni dopo!) che esce nelle sale cinematografiche Principessa Mononoke (o Mononoke-Hime dal titolo originale in giapponese).

Sembra qui racchiudere quasi tutti i fili conduttori tipici della produzione miyazakiana: il tema ecologico volto alla necessità di recuperare un ambiente continuamente devastato dall’uomo, l’attenzione ai conflitti (in modo particolare con la natura) con tutte le fazioni attente e mai passive, le influenze shintoiste con la presenza degli Spiriti della Foresta (i Kodama) e degli Dei, l’eroismo e la tecnologia.
Trama di Principessa Mononoke: un racconto epico
Il giovane guerriero del popolo Emishi, Ashikata, viene attaccato da un cinghiale impazzito dall’ira, mentre cerca di proteggere il proprio villaggio. Colpito dallo scontro violento, Ashikata subisce una maledizione e lascia il villaggio alla ricerca del demone. Durante il tragitto si imbatte nella lotta tra le forze della foresta dove partecipa anche San, la Principessa Spettro, e gli umani riuniti sotto il comando di Lady Eboshi.
Due eroine, due mondi: San e Lady Eboshi a confronto

Il film è ambientato in Giappone durante l’epoca Muromachi (1337-1573). Seguendo il tema ecologico Miyazaki mette in scena un conflitto tra natura e uomo capeggiati entrambi da donne, rispettivamente San e Lady Eboshi.
San fin da bambina è stata abbandonata nella foresta dove viene cresciuta dai lupi delle montagne. Considera perciò, la dea Moro, come sua madre. Cova un odio profondo nei confronti degli umani, perché li ritiene, ragionevolmente, i distruttori della natura. Nel corso del film, la vediamo essere chiamata Principessa degli Spettri (Mononoke), un’identità ribadita anche dalla maschera rituale, con la quale sembra rinnegare la sua forma umana avvicinandosi a quel mondo di divinità naturali dello shintoismo. Gli umani hanno paura del suo fare ribelle e aggressivo, mentre risulta ben integrata tra gli animali che la amano e la proteggono.
Lady Eboshi invece, è una guerriera a capo del clan Tatara. Realmente esistito, il clan era composto di fabbri ferrai giapponesi che depredavano le foreste alla fine del 1300. Vecchia cortigiana dell’imperatore, è lei a fondare il villaggio riunendo gli “invisibili” (prostitute e lebbrosi) e a dare inizio alla depredazione della foresta causando l’ira degli dei. Le donne lavorano al mantice, alimentando continuamente le fucine, mentre gli uomini estraggono il ferro. Il tutto in nome di un progresso tecnologico, comprensibilmente in grado di riscattare le loro posizioni di emarginati.

Ad Ashikata, Miyazaki sembra affidare il compito di esplorare questi due mondi, vivendone le complessità e le contraddizioni. Sia San che Lady Eboshi sono personaggi destinati a evolvere nel corso del film e lontani dalla dicotomia bene e male. Se all’inizio siamo portati a tifare per la natura, considerando Lady Eboshi come la cattiva, il regista è bravo a rompere questa visione unilaterale. Risulta una questione di interessi: ognuna delle due, incapace di arrivare a un dialogo costruttivo e a ripensare sulle proprie posizioni, trova nella lotta il fine necessario per il perseguimento dei propri obiettivi. Ashikata ha la posizione privilegiata dello spettatore, infatti riesce a conoscere tutte due le parti e a comprendere come stanno davvero le cose per entrambe. Tenuto a distanza all’inizio da San, nel corso del film, con l’evoluzione dei personaggi, inizia a essere accettato da lei, avvicinando così il regno naturale a quello umano.
Il contrasto tra le due donne è ideologico: da un lato la vendetta della natura ormai stanca e dall’altro la voglia di progresso e di cambiamento a discapito dell’ambiente intorno. Eroine delle loro convinzioni. Il tema risulta molto attuale oggigiorno dove siamo chiamati a riflettere sugli stessi problemi.
Per questo nel finale questo dilemma non trova soluzione. Si sistemano quelle cose che avrebbero portato alla distruzione totale, ma il resto sembra rimanere nello stato iniziale. Dopotutto, la Principessa Mononoke torna nella sua foresta non potendo dimenticare cosa avevano fatto gli umani. La distruzione esterna della natura forse arrestata, ma quella interna e spirituale compromessa per sempre.
Il respiro liquido di Miyazaki


Potendo confrontare i diversi film di Miyazaki, un aspetto che emerge con chiarezza è la presenza costante dell’elemento liquido all’interno dei suoi film. Mare, fango, pioggia, poltiglie acquose animano le scene, aggiungendo dinamicità, ma insinuandosi come un linguaggio da decodificare. Come nella Città Incantata, anche in Principessa Mononoke assistiamo allo specchio d’acqua in grado di purificare gli animi.
Lo stesso Dio della Foresta di notte o quando si trasforma senza testa sembra avere una consistenza liquida. In quest’ultima forma inoltre cova all’interno quell’elemento liquido maligno che lo sta corrompendo, la stessa maledizione cui viene colpito Ashikata. Possiamo ritrovarlo nel Castello Errante di Howl, quando i nemici di Howl, mandati dalla Strega delle Lande, si insinuano per le strade espandendosi come un liquido in uno spazio aperto. Sicuramente un elemento estetico, ma anche la materializzazione di quella purezza o corruzione presente nel mondo.
Vento e Foresta: l’eco di due spiriti guerrieri la principessa Mononoke e Nausicaä
San e Nausicaä del film Nausicaä della valle del vento del 1984 — non dello Studio Ghibli, ma del periodo precedente quando Miyazaki e Takahata lavoravano per la Toei Animation — sembrano avere molte cose in comune. Prima di tutto entrambe sono delle eroine complesse che incarnano dei valori profondi. Sono portavoce del mondo naturale seppur da due punti di vista diversi. Nausicaä infatti, difende la Giungla Tossica, comprendendone il valore, andando oltre l’equazione semplicistica dell’aggressivo = male. Il conflitto con l’umanità esiste per San perché ferita e tradita dall’umanità; dall’altro lato invece, la Principessa della Valle del Vento lotta per la convivenza, andando oltre la violenza. La Principessa Mononoke è già immersa in un mondo frammentato, in cui sceglie da che parte stare; mentre con Nausicaä si avverte l’anello di congiunzione verso la speranza che tra natura e mondo umano possa esserci ancora un dialogo.

Diverse sono anche le presentazioni dei due personaggi: San è fiera, ribelle, aggressiva al contrario di Nausicaä che nonostante sia conscia del suo status di principessa, appare magnanima, riflessiva e compassionevole. Due interiorità diverse che non possono che non essere l’eco della storia in cui prendono vita.
Concludendo, se siete appassionati di Principessa Mononoke, vi consiglio vivamente di dare un’occhiata al saggio di Roberto Terrosi, Il Dio della Foresta — Una lettura di Mononoke-Hime, che si trova nel libro I mondi di Miyazaki: Percorsi filosofici negli universi dell’artista giapponese a cura di Matteo Boscarol. È un ottimo spunto per approfondire meglio la cultura giapponese che si nasconde dietro questo meraviglioso film!

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