Un lungometraggio che, nel bene o nel male, ha fatto parecchio parlare di sé, One on One. Già, perché di fatto, la presente pellicola, diretta dal nostro amato Kim Ki-duk nel 2014 e presentata lo stesso anno alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia (dove è stata premiata come Miglior Film all’interno della sezione Giornate degli Autori), rappresenta sia stilisticamente che semanticamente una tappa fondamentale all’interno della filmografia del regista sudcoreano.
Prima di analizzare i motivi che rendono questo One on One particolarmente degno di nota, vediamo nello specifico cosa ci viene qui raccontato.

La giovane studentessa Oh-dae viene improvvisamente rapita e uccisa da sette uomini misteriosi. Poco tempo dopo, uno dei suoi aguzzini viene a sua volta sequestrato da sette persone e, dopo una serie di brutali torture, viene costretto a scrivere la propria ammissione di colpa, per poi essere rilasciato. Lo stesso destino attenderà gli altri sei uomini responsabili della morte della ragazzina. A cosa porterà questo crescendo di violenza?

Ed è proprio violenza, dunque, la parola chiave del presente One on One.
In questo suo lavoro, infatti, Kim Ki-duk ci ha mostrato la violenza nelle sue forme più brutali e senza filtro alcuni, attraverso immagini volutamente “sporche” che neanche lontanamente ricordano l’estetica curata (derivata direttamente dall’importante background nel mondo della pittura del regista) dell’ottimo Primavera, Estate, Autunno, Inverno… E ancora Primavera (2003). Allo stesso modo, si può tranquillamente affermare che One on One sia a tutti gli effetti il film più dialogato del cineasta di Bonghwa. I dialoghi contribuiscono, insieme alle scene riguardanti le torture, a creare un riuscito crescendo di tensione, che, tuttavia, non avrà mai realmente un auspicato effetto catartico, come facilmente ci si potrebbe aspettare da un revenge movie nella più classica delle sue accezioni.

One on One, infatti, non vuole trasmetterci affatto una sensazione “liberatoria” al termine delle suddette torture. Ciò che il presente lungometraggio vuole effettuare, al contrario, è una profonda e mai banale analisi del mondo in cui viviamo, in cui violenza, potere e corruzione sono praticamente all’ordine del giorno, e in cui la vendetta (seppur dall’effetto inizialmente liberatorio) non può far altro che mettere in modo quel malsano meccanismo in cui “sangue chiama sangue”.

Ed ecco che, riconsiderando la filmografia di Kim Ki-duk nel suo intero, notiamo come il sordo pessimismo presente in One on One rappresenti la caratteristica fondamentale di un momento di profonda crisi artistica e personale vissuta dal regista in seguito a un incidente avvenuto anni prima su un set (a causa del quale un’attrice ha addirittura rischiato di perdere la vita).

Di tale incidente e di tale crisi siamo venuti a conoscenza nel 2011 con Arirang, ma, sebbene in Pietà (vincitore del Leone d’Oro nel 2012) pareva che il cineasta, malgrado il cupo pessimismo anche qui presente, avesse in qualche modo ripreso in mano le redini del suo fare arte, ecco che Moebius (2013) aveva lasciato perplessi anche i suoi fan più accaniti soprattutto per la sua particolare estetica e per la sua “scarnezza”. Nel 2016, però, ecco che, sempre a Venezia, Il Prigioniero coreano ha ufficialmente sancito il suo “grande ritorno”. Ma questa, naturalmente, è un’altra storia.