Ha sorpreso piacevolmente la presenza in concorso alla 78° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia del regista Michelangelo Frammartino. Da sempre cineasta indipendente, Frammartino ha avuto modo di farsi notare nel corso degli anni per la sua straordinaria capacità di fotografare luoghi e personaggi, resi immortali dal suo sguardo attento ed estremamente sensibile.
Così è stato per Le quattro Volte (2010) – probabilmente il suo lungometraggio maggiormente noto – ed è così anche per Il Buco, che al Lido si è rivelato un’ulteriore conferma del talento del regista milanese.

L’Italia degli anni Sessanta si trova in pieno boom economico. A Milano viene costruito il Pirellone, il grattacielo più alto della città. Eppure, a molti chilometri di distanza – e, nello specifico, nei piccoli paesi rurali dell’Italia meridionale – tutto è decisamente diverso. In un piccolo paese della Calabria si vive principalmente di agricoltura e pastorizia. Alla sera si è soliti riunirsi in strada per vedere la televisione tutti insieme. Un anziano pastore dallo sguardo sempre vigile e attento è memoria storica e custode di ogni segreto. Proprio nei pressi di questo paese giungerà da Milano una squadra di giovani speleologi, al fine di scoprire e studiare l’Abisso del Bifurto, la grotta sotterranea più profonda d’Europa.

La calma, la normale quotidianità, la natura che viene qui trattata alla stregua di un personaggio principale sono i segni distintivi dell’intero lungometraggio. Eppure, nonostante ciò, Frammartino ha messo in scena un evento a dir poco cruciale. Qualcosa che cambierà per sempre la Storia, che sta a indicare un passaggio fondamentale da un’epoca all’altra. E che, per molti versi, sancirà la fine di determinate realtà. Le vicende dell’anziano pastore vengono mostrate in parallelo con quelle degli speleologi attraverso un sapiente montaggio alternato che non ha pausa di prendersi i propri tempi. La macchina da presa solo raramente si sofferma sul suo volto e sul suo sguardo che – prima di tutti – ha compreso ciò che sta accadendo.

Non v’è assolutamente bisogno di dialoghi, in Il Buco. Le immagini parlano da sé e insieme alle voci di pastori, al chiacchiericcio indistinto degli studiosi, al rumore del vento e ai versi degli animali stanno a creare una (im)perfetta armonia. Michelangelo Frammartino sa bene dove lo spettatore debba focalizzare la propria attenzione e lo conduce per mano in un mondo per molto tempo incontaminato. Una piccola e preziosa realtà che in pochi possono dire di conoscere davvero e che, circondata com’è da immense distese di verde e imponenti montagne, mette quasi soggezione. Proprio come fitte nubi che, di punto in bianco, invadono la vallata.

Un forte simbolismo e anche una profonda religiosità pervadono il lungometraggio, il quale, a sua volta, nel mostrarci un importante capitolo della storia del nostro paese, attualizza un discorso molto più complesso e stratificato di quanto inizialmente possa sembrare. Un discorso che – proprio secondo i canoni del cinema di Frammartino, il quale, fortunatamente, pur in vista di un concorso come quello veneziano, non si è per nulla adattato a possibili dettami in vista di un’ampia distribuzione nelle sale – evita sapientemente ogni retorica, affascina e, al contempo, fa male come un pugno allo stomaco.

Sul grande schermo tali immagini rendono al meglio la loro essenza. E Il Buco, infatti, va goduto proprio così: silenziosi, commossi e riverenti nei confronti dell’imponenza di ciò che ci viene mostrato.

Il buco di Michelangelo Frammartino: trailer del film in concorso alla 78° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia