Ambientato nella città industriale di Mizur, una località rurale nella Russia occidentale, Ada (titolo italiano di Unclenching the Fists) della regista Kira Kovalenko, segue la scia di dolore lasciata da una giovane ragazza, Ada (Milana Aguzarova), impegnata a sfuggire dalle grinfie di un padre prepotente. L’uomo, nel pieno del suo delirio, le nasconde il passaporto, costringendola a tenere i capelli corti e a rimanere per la maggior parte del tempo segregata in casa.
Il tempo passa per lo più in compagnia di suo fratello, Dakko, il quale ha sviluppato uno strano rapporto duale verso Ada, vedendola sia come figura materna che con interesse amoroso. A lavoro la situazione non migliora, con la presenza di un collega che, più o meno esplicitamente, cerca di approcciarsi alla ragazza in modo inopportuno.
Il ritorno nella vita di Ada del suo fratello maggiore, Akim, aprirà nuovi spiragli nella vita della protagonista, pronta a ritrovare un posto nel mondo.

In Ada, gli uomini sono sì esseri ripugnanti, ma anche un po’ patetici.
Un destino miserabile ed ineluttabile sembra accomunare Ada a tutti gli altri abitanti di questa cupa parte della Russia, al confine con la Georgia.
La Kovalenko sfuma i colori della pellicola con delle tonalità sature capaci di catturare gli stati d’animo della sventurata protagonista. Nella pellicola, il desiderio di fuga ricade, in senso figurato e letterale, sulle spalle del fratello maggiore, Akim, che è riuscito a trovare casa e lavoro in un’altra città.
L’odore stesso della giacca che Akim indossa quando va a trovare la sua sorellina fa venire in mente a Ada la libertà.
L’olfatto, in effetti, gioca un ruolo importante per la ragazza, aiutandola a forgiare una relazione intima con il mondo che la circonda, scovando tracce come se fosse un segugio dalle doti sopraffine. Annusa anche, con l’ansia di un criminale, i rimasugli di trucco rimasti sulla punta delle sue dita dopo che il padre la costringe a buttarli via.
La singolarità di Ada risiede proprio in questi piccoli dettagli, allo stesso tempo addolorati e malinconici, come quando la giovane fantastica sulla possibilità di una vita ricca di delicatezza.

La violenza, che è presente nel film, non ruba mai il centro della scena, ma si lascia appena intravedere sotto forma di cicatrici.
Trattasi della storia di come la desolazione di una nazione possa incidere in maniera diretta sula vita di un singolo, nella fattispecie di una donna. Vengono sottolineate tutte quelle contraddizioni disorientanti che sorreggono le relazioni familiari, in un intrecciarsi di rabbia ed affetto; una su tutte, la voglia di fuggire dal proprio genitore, ma senza essere capaci di abbandonare la speranza che forse, un giorno, quella persona migliorerà.
Ada deve sopportare una serie di traumi che la porteranno non solo a bramare una rivalsa verso la vita, ma persino ad un’incapacità nel distinguere l’affetto, spesso troppo ingombrante ed ossessivo per poter essere apprezzato fino in fondo.
