Con Lo squalo il celebre regista Steven Spielberg viene lanciato nell’olimpo del grande cinema aprendo la sua carriera con tre Oscar e sfatando il mito che i grandi successi non possano essere sfornati durante l’estate.

Uscito il 20 giugno del 1975, Lo squalo (Jaws), basato sul romanzo di Peter Benchley, nonostante la luminosa ambientazione squisitamente marina, si configura come un trhiller spaventoso che mette a confronto uomo e natura.

Un’opposizione tra terraferma e mare che divide la pellicola in due parti distinte; infatti, se inizialmente è il terribile squalo a cercare le sue prede, successivamente saranno proprio gli uomini ad andare in cerca del predatore, in un gioco asfissiante di inseguimenti e ricerche in un mare tinto di rosso.

Trama del film Lo squalo di Steven Spielberg

Una cittadina tranquilla, il periodo più spensierato e felice dell’anno e una folta comunità che ignora il dramma che sta per abbattersi su Amity, la loro piccola città balneare nel New England.

Già da subito il pubblico è messo davanti al buio sottomarino, con la scura acqua che si muove sul ritmo ossessivo delle note di John Williams, che poi si perdono in quelle, decisamente più tranquille, di un’armonica che ci catapulta in una festa in riva alla spiaggia. Qui lo squalo miete la sua prima vittima, la prima di una lunga e terrificante serie.
Martin Brody, Roy Scheider, è il capo della polizia, appena arrivato in città e stranamente terrorizzato dall’acqua, che incarna la voce della ragione della storia: il primo ad aver intuito il pericolo nascosto nell’apparentemente tranquillo mare di Amity. Il suo sguardo, che scruta la distesa d’acqua, intento a capire chi sarà la prossima vittima, è il nostro sguardo, quello del pubblico che già sa che quell’acqua cela qualcosa.
Il contrasto, anzi lo scontro, tra ragione e negazione è portato sullo schermo proprio dal capitano Brody, che lotta contro l’opinione di una comunità che arriva a negare la realtà dei fatti pur di non intaccare il business estivo da cui la cittadina dipende.

La dimensione della terraferma è resa perfettamente reale, discordante, terrorizzata ma anche intenta a sottovalutare un problema per ragioni meramente politiche ed economiche. Ma anche l’uomo dovrà rivedere le sue priorità perché lo squalo non si farà attendere a lungo, d’altronde le regole della natura sono molto più semplici di quelle costruite dall’uomo.
Sparizioni, agguati, urla e sangue che tinge l’acqua di rosso tra le gambe dei bagnanti. Spielberg ha pensato a tutto: non c’è lo squalo ma c’è l’isteria che una bestia del genere porta con sé.

A partire, per porre fine al terrore e alla vita dello squalo saranno in tre: il capitano Brody, il vecchio lupo di mare Quint, interpretato da Robert Shaw e Matto Hooper, un Richard Dreyfuss, nei panni di un giovane e temerario studioso, arrivato in città direttamente dall’istituto Oceanografico.

Lo squalo: la paura del non visto

Il punto di forza de Lo squalo, su cui Spielberg fa ruotare l’intera narrazione, è l’ignoto, di cui il mare è da sempre l’immenso emblema. Una distesa sconfinata d’acqua salata in cui tuffarsi d’estate, ma anche un enorme contenitore d’insidie. Come dicono in molti, il mare è traditore, a volte seduce e altre uccide ed è così anche per il film di Spielberg, il mare è gioia estiva e puro terrore. Il regista punta sul non visto, sul raccontato, narrato, temuto ma ignoto animale che terrorizza chiunque, pur mostrandosi raramente.

Quella su cui si fa abilmente leva è la paura di ciò che non vediamo, ma che proprio per questo temiamo, lo squalo c’è, è reale, questo lo sanno i protagonisti e anche il pubblico, ma l’attesa del suo arrivo sullo schermo, a circa un’ora dall’inizio, non fa altro che alimentare quel senso di angoscia e consapevolezza che prima o poi la bestia arriverà, ma nessuno sa quando.

Geniale, sicuramente, come scelta narrativa, ma soprattutto funzionale, dal momento che il grosso squalo meccanico, soprannominato Bruce, presentava non pochi problemi di funzionamento, insomma, continuava ad affondare tra le onde.

Se avessimo realizzato Lo squalo nel 2005, mi sarei affidato al digitale e lo squalo comparirebbe più spesso. In questo modo avrei completamente rovinato il film. Il fatto che lo squalo non funzionasse, trent’anni fa, fu la mia salvezza!

Ed è realmente la salvezza di Spielberg, che con la suggestione instillata nel pubblico riesce a rendere ancora più angosciante la sua pellicola, pur non mostrando l’oggetto della paura stessa.

Le inquadrature sott’acqua, accompagnate dai celeberrimi suoni di John Williams riescono a ricreare l’idea che lo squalo sia li, nascosto tra quelle due note disturbanti che lo introducono, come fossimo tornati indietro al teatro antico in cui l’attore aveva un proprio motivetto per facilitare la comprensione del pubblico.

La colonna sonora di Williams, rimasta nella storia come il ritmo basilare su cui si fonda l’ansia, la paura e la consapevolezza che qualcosa stia per succedere, non fa altro che incorniciare un capolavoro cinematografico che ha segnato la rinascita di un’epoca.

Lo squalo però non è solo terrore e angoscia, è anche un discorso intimo dell’animo umano minacciato dalla natura, è un racconto familiare che regala piccoli ritagli commoventi di vita quotidiana, è scontro d’opinioni tra chi non vuole credere in una realtà che non apprezza e chi cerca di risolvere il problema.

Il lungometraggio di Spielberg è un dualismo continuo tra la calda luce estiva e il buio degli abissi, tra l’uomo e la bestia minacciosa, tra silenzio e grida, tra terra e mare. Divenuto un cult sin da subito, Lo squalo del 1975 è la versione angosciante e perfettamente eseguita dell’altra faccia del cinema estivo.