Da qualche settimana, dopo quasi 100 anni, ai piani alti dei premi Oscar è obbligatorio vedere tutti i film: ovviamente, la notizia ha fatto scalpore, ha sollevato sdegno ed ha abbassato di molto il livello del prestigio di questi ambiti riconoscimenti. In particolare, c’è un film che ha battuto un record venendo nominato in ben 13 categorie e che, alla luce di tale notizia, è di nuovo al centro dell’attenzione per essere stato sopravvalutato.
È Emilia Pérez il film più chiacchierato dell’ultimo anno e non sempre per i giusti motivi: al centro prima delle lodi e poi della critica, la pellicola di Jacques Audiard è una produzione francese, ambientata in Messico e girata a teatro in Francia, con un cast ispano-americano. Le protagoniste, infatti, sono la spagnola Karla Sofía Gascón, la star di colossal hollywoodiani Zoe Saldaña dominicana e portoricana ma cresciuta in New Jersey e Selena Gomez, di origini messicane, ma cresciuta in Texas.

Di solito queste informazioni non sono poi così rilevanti, ma per Emilia Pérez è una delle principali critiche mosse dai cinefili e dai messicani stessi.
Questa pellicola è proprio un azzardo. A tratti camp, a tratti commovente, bisogna guardarla senza troppi pensieri. Una premessa necessaria per questa storia scritta dallo stesso Audiard, basata su un libretto omonimo che prende ispirazione da un capitolo del romanzo Écoute dello scrittore Boris Razon, dove appare un narcotrafficante che vuole fare un percorso di transizione di genere.
E, a proposito di genere, il film è un musical, un giallo, una storia d’amore, un romanzo di formazione. Vengono toccati diversi temi e impacchettati con canzoni a volte belle e a volte no, ma una cosa è innegabile: Audiard sperimenta, si butta, sbaglia e al tempo stesso ci riesce.
Emilia Pérez parte raccontando la storia dal punto di vista di Rita Mora Castro (Zoe Saldaña), un’avvocata stufa di trovarsi in un contesto corrotto, dove spesso si ritrova a difendere le peggiori nefandezze di uomini potenti e dove non vengono riconosciuti i suoi meriti.
Lei è bravissima nel suo lavoro, tanto che viene adocchiata e adescata dal boss del cartello Juan “Manitas” Del Monte (Karla Sofía Gascón), che le promette ricchezza e pregio in cambio di una sola cosa: riuscire a sottoporsi segretamente a un intervento chirurgico di riassegnazione del sesso, fingendo la sua morte. Manitas, cosí, inizia una nuova vita col nome di Emilia Pérez (sempre Gascón).

Quattro anni dopo, a Londra, Rita incontra Emilia e quando scopre che si tratta di Manitas, la donna chiede nuovamente aiuto all’avvocata per far tornare i suoi figli e la sua vedova Jessica (Selena Gomez) a Città Del Messico, dopo averli precedentemente mandati in esilio in Svizzera. Inizia cosí un nuovo capitolo di redenzione per Emilia, che ora si presenta come una lontana cugina di Manitas.
A questo punto, è più evidente che la protagonista sia Emilia. Inizia il suo percorso di redenzione, con il supporto prezioso di Rita, cercando di sistemare i suoi “sbagli da uomo”, creando una no-profit dedicata al fenomeno dei desaparecidos. Tra gli uffici, Emilia conosce Epifanía Flores (Adriana Paz, l’unica attrice messicana), vedova di un desaparecido. Le due si innamorano e tutto sembra andare per il meglio per Emilia, finché Jessica non annuncia il suo matrimonio con la sua vecchia fiamma Gustavo Brun (Édgar Ramírez) e afferma di volersi trasferire con i suoi figli.
Emilia Pérez: le persone sono spesso vittime di loro stesse

L’elefante nella stanza è l’appropriazione culturale: con le attrici protagoniste non messicane e con il team del tutto europeo, potevano esserci più accorgimenti nella trasposizione della situazione messicana? Assolutamente, anche perché molti messicani si sono lamentati degli accenti e dei testi delle canzoni.
Gli stereotipi sono automaticamente sbagliati? Nì. In sociologia, lo stereotipo è una semplificazione della mente umana che rende possibile prendere decisioni, visualizzare delle tematiche; sono una categorizzazione che non per forza può scaturire in un pregiudizio o discriminazione. E nella gran mescolanza dei temi trattati in Emilia Pérez, tra cui la riassegnazione di genere, la violenza e il possesso, il narcotraffico e le sue vittime, la corruzione diffusa nel governo messicano, l’amore e la genitorialità, per forza si inciampa e si fanno errori. Soprattutto se non si accolgono le storie di chi certe situazioni le vive o le ha vissute sulla propria pelle. E, riguardo a questo, la questione positiva a cui bisogna dare atto al film, è che la protagonista che interpreta Manitas/Emilia è una donna transgender.
Malgrado tutto, l’intenzione di Audiard è palese: questa è la storia di Emilia, che inizia dà chi le ha dato luce, da chi quasi le ha donato vita, ovvero Rita. E poi prosegue, tra i rimasugli di Manitas prima e come Emilia poi, perché lei “è tutto e non è niente”, ed esplora la vita solo attraverso i fatti che la circondano. Dunque, questa è una storia individuale, a cui collaborano altre tre donne e i loro punti di vista, Rita, Jessica e Epifanía, in un contesto circoscritto. Non è un film di denuncia, è un film su come le persone sono spesso vittime di loro stesse, soprattutto quando non conoscono altro.

Rita e Jessica, per motivi diversi, hanno un rapporto complicato con Manitas prima ed Emilia poi, e lo spettatore può sentir parlare del narcotrafficante e della donna benestante che lotta per una giusta causa sotto diverse luci, che esaltano le dinamiche di potere che ci sono tra loro. E poi c’è Epifanía, che invece ci fa vedere un lato dolce di Emilia amplificando quello che viene mostrato nei momenti di Emilia/Manitas con i suoi figli.
Di fronte questo film, bisogna spogliarsi di preconcetti sul musical e sul cinema e pensare a qualcosa di estremamente teatrale. Audiard, infatti, prima di arrivare al film crea un libretto. Ma Emilia Pérez tocca anche i linguaggi settoriali della soap opera e i suoi archetipi: finti morti, tradimenti, momenti strappalacrime, dialoghi sopra le righe, anti eroi e antagonisti criminali.
In fondo, la soap opera non è altro che il feuilleton teatrale su onde televisive come ci ricordano le origini della tv: Audiard, però, aveva l’esigenza di farne di questa storia complicata un film e, dunque, fa entrare in gioco i pezzi musicali, che danno un ritmo serrato tra le tante cose che succedono e che danno modo di respirare allo spettatore, comprendendo anche le sensazioni e i pensieri dei personaggi. Altrimenti, ci sarebbero volute stagioni intere per approfondire i personaggi, proprio come una soap.

Emilia Pérez non è un’opera perfetta, c’era una visione altamente interessante con dei personaggi che meritavano più respiro, più tempo e più approfondimento della situazione in Messico senza usarla come espediente narrativo. Ciò nonostante, i Golden Globe e i BAFTA ottenuti dal cast e dal team sono giustificati dal manierismo del montaggio, della fotografia, della regia, che è a dir poco affascinante, anche durante le canzoni meno amate dal pubblico, che vengono un po’ stonate dagli interpreti. Tutto sembra naturale, anche se camp.
Le interpretazioni delle attrici sono poco plastificate, sono sporche e piacevolissime e merita anche il doppiaggio italiano, dove spicca un’inaspettata Vladimir Luxuria.
Per concludere, Emilia Pérez è un film da vedere, sia mai che l’ambientazione del film possa essere spunto per approfondire determinati temi. Per recuperarlo, bisogna spulciare i cataloghi di Apple Tv, Rakuten Tv, Chili e YouTube.
