“Amore per tutti”

– Iris

Sono 60 candeline per Giulietta degli spiriti, il primo film in Technicolor del maestro riminese Federico Fellini
Un’opera che raccoglie un caleidoscopio di interpretazioni, tanto da risultare superfluo addentrarsi in nuove disquisizioni. Eppure, questa pellicola merita ancora il suo spazio, al di fuori del paragone con il potente capolavoro , uscito appena due anni prima. 

Il soggetto è scritto dallo stesso Fellini in collaborazione con Tullio Pinelli, mentre la sceneggiatura è stata curata anche da Ennio Flaiano e Brunello Rondi. 

Seppur a tratti la storia assomigli fortemente alla vita del regista – o meglio – sembra un tentativo di chiedere perdono a sua moglie, il focus principale è un intrecciato viaggio esoterico nel subconscio di una donna che negli anni si è persa nell’ombra del marito.

L’attrice protagonista è proprio la magnifica Giulietta Masina, moglie di Fellini, mentre la sua “nemesi” è la triade Susy – Iris – Fanny, interpretata dall’iconica Sandra Milo, notoriamente “l’altra donna” di Fellini. 

La trama ruota attorno Giulietta Boldrini, una benestante signora dell’alta borghesia intenta ad organizzare una sorpresa romantica al marito Giorgio (Mario Pisu), ma questo si presenta con amici invadenti scordandosi totalmente del loro anniversario, trasformando la cena a lume di candela in una vera e propria festa. Qui, Giulietta partecipa ad una seduta spiritica, dove vengono evocati degli spiriti, la dolce Iris e il pungente Olaf, che arriva ad offendere la stessa Giulietta. 
Iniziano, dunque, varie allucinazioni che vengono accentuate dal fatto di aver scoperto del tradimento di Giorgio. 

Da lì a poco, Giulietta conosce la vicina di casa Susy, che la invita nella sua villa, offrendole un punto di vista diverso su come vivere la propria sessualità: ma tra sensi di colpa e visioni disturbanti, Giulietta si spaventa e cerca di fuggire dai traumi del passato che riaffiorano come zombie.

Giulietta degli spiriti, la recensione

Nonostante la critica italiana del tempo non fu tenera con Fellini, Giulietta degli spiriti vince il Golden Globe come miglior film straniero e il David di Donatello per la miglior attrice protagonista, assegnato a Giulietta Masina. Anche Sandra Milo vince il Nastro d’argento per la miglior attrice non protagonista, per non parlare dei Nastri d’argento e delle nomination agli Oscar per la fotografia a colori di Gianni Di Venanzo. A ricevere ulteriori importanti riconoscimenti sono le scenografie di Giantito Burchiellaro, Piero Gherardi e Luciano Ricceri, i costumi realizzati da Piero Gherardi, Bruna Parmesan e Alda Marussig e il trucco realizzato da Otello Fava ed Eligio Trani: insomma, il set di Giulietta degli Spiriti è una vera e propria scuola di mestieri del cinema. 

Riprendendo il discorso sulla fotografia, bisogna sottolineare come il fascino del Technicolor (che con il digitale abbiamo evidentemente perso)  evidenzia il sapiente utilizzo di luci ed ombre, aggiungendo ancora più potenza emotiva alle già fantastiche espressioni degli attori, soprattutto quelle di Giulietta.

Interessantissimo anche il montaggio di  Ruggero Mastroianni, che esalta gli eleganti “pan” e li alterna con movimenti di macchina più bruschi, come a richiamare quanto sia fittizia la delicatezza di un certo ceto sociale che si scompone con poco, atteggiamento personificato dalla protagonista stessa. 

Gli elementi tecnici di Giulietta degli spiriti spostano l’attenzione dello spettatore da dinamiche fattuali, per farlo concentrare sulla volatilità felliniana, fatta di surreale e grottesco.
Il regista riesce nell’intento grazie all’espediente narrativo dell’esoterismo, di fatti la seduta spiritica non è altro che un MacGuffin per collegare Giulietta ad un mondo che apparentemente non le appartiene, ma che rimane l’unico modo per sentirsi davvero viva e la sola maniera per ricordarsi delle sue fantasie da bambina, che sembravano sparite per anni. 

La spiritualità, peró, la mette anche di fronte l’ovvio: Giulietta, se inizialmente crede di essere meglio di chi è più stravagante di lei, prova l’insicurezza di non essere abbastanza attraente per il marito. Una condizione che culmina con l’incontro della disinibita vicina di casa Susy, che Giulietta, nelle sue visioni, farà coincidere con una sorta di diavolo tentatore.

Questo disagio fa riaffiorare dei ricordi di infanzia, in particolare quella della recita scolastica in cui Giulietta era una martire al rogo per il solo piacere cattolico della colpa e della repressione. L’unico che la salva è il nonno, ma alla fine del film, quando questo ricordo doloroso ritorna tra il circo caotico delle apparizioni, Giulietta si riprende la sua rivincita, salvando la sua bambina interiore da quel gioco feticcio voluto anche dalla sua rigida madre, interpretata da una statuaria e bellissima Caterina Baratto.

La porta minuscola che attraversa nel finale è quel passo che le permette di liberarsi da certe convenzioni che hanno reso la sua vita insoddisfacente. Ora non deve essere più alienata dal mantenimento forzato di certe apparenze borghesi che non hanno fatto altro che affossarla.

Se dovessimo inquadrare una crasi tra i due modelli di femminilità, la troviamo nel primo atto del film, più precisamente nel personaggio secondario di Dolores, la scultrice interpretata da Silvana Jachino. 

Dolores è un personaggio autentico e autodeterminato che esprime la propria realizzazione e femminilità attraverso le sue passioni, ovvero “cucinare, scolpire e fare l’amore”. Lei è una donna sensuale che non ha bisogno nè di specchi sul soffitto, e che non si sente mai parlare di uomini. 

Giulietta degli spiriti è una preziosa pellicola da recuperare, da gustare sia con una fruizione impegnata, sia come sottofondo, facendosi trascinare dalle inquadrature-quadro e dalle indimenticabili musiche di Nino Rota. Si può trovare nella sezione CineAutore di Prime Video