Rari sono i casi in cui i corpi celesti del cinema, e tra questi soprattutto quelli italiani, si allineano in un evento che lasci indelebilmente traccia di sé negli annali: certamente lo sceneggiatore Cesare Zavattini e il ben più noto Vittorio De Sica hanno dato sostanza a molto cinema neorealista, mentre il binomio Leone e Morricone rappresenta un unità inscindibile in cui è impossibile immaginare uno dei capolavori filmici del primo senza quelli musicali del secondo (e viceversa).
Ma capace di intercettare e rappresentare il mutamento di costumi del dopoguerra agli italiani, e al mondo intero, in un lavoro creativo personalissimo che, anche solo con due opere maestre, abbia condensato l’immagine del Bel Paese vi è l’amicizia, ancor prima che l’incredibile connubio lavorativo, di Federico Fellini e Marcello Mastroianni.

Nel 1960, quando la congiunzione astrale ha avuto inizio sul set de La dolce vita, il regista era già proiettato su un panorama internazionale con il primo Oscar a La strada e il suo corpo mistico, generatore di un fervido immaginario picaresco, era assurto a modello d’autorialità europea al fianco di maestri come Ingmar Bergman; il volto già noto nel cinema italiano, ma in parte ancora sconosciuto internazionalmente, di Mastroianni, invece, rubando il ruolo a Paul Newman(!), si è impresso nella memoria collettiva proprio in questa occasione con la scena più celebre e celebrata del cinema nostrano, quella nella fontana di Trevi.
Marcello, come here! Hurry up!
Sylvia (Anita Ekberg)
Nel racconto polimorfico di un’opera mondo in cui la disinibizione e la spregiudicatezza quasi berlusconiana ante-litteram (ammantata ancora da quel primordiale romanticismo decadente che lascerà spazio a una più diretta critica in un altro film con Mastroianni, Ginger e Fred, e di cui sarà ovviamente privo il postero annichilito e nichilista de La grande bellezza di Sorrentino) Fellini cuce quell’aura divistica del (da sé stesso odiato) latin lover, dandy elegante, scaltro, magnetico su cui sottende, però, un’innata ironia, che incanterà il mondo.

L’amicizia e la profonda intesa che fin da subito sembra instaurarsi tra Fellini e Mastroianni diventa inscindibile quando si fondono dietro gli occhiali di Guido Anselmi, protagonista dalla mente labirintica di 8½ e doppio del regista stesso. Cedendo i propri desideri e le proprie ossessioni, i sogni e le incertezze, ma soprattutto le fantasie e i ricordi all’attore, i due mettono in scena con un cortocircuito metacinematografico sulla perigliosità del fare cinema (che secondo il mito è stata la difficoltà del cineasta stesso nell’elaborazione di ciò che poi sarebbe divenuto 8½) una metaforica crisi che tra escapismo e timori ricorrenti non trova sanamento, ma è capace di rispecchiare la condizione umana più universale.
L’inconscio felliniano viene poi ancor più freudianamente sondato attraverso una seduta di autocoscienza in cui nuovamente il divo è chiamato a rispecchiare l’autore riminese e il suo complesso rapporto con il sesso femminile. Dopo la splendida sequenza nell’harem immaginario di 8½ (in cui tutte le donne della sua vita dalla moglie all’amante, per poi moltiplicarsi in archetipiche figure tra amiche, madri, sante e prostitute, lo circondano con amore) in La città delle donne fanno irruzione innumerevoli rappresentazioni femminili in un effluvio esponenziale che mostra tutte le idiosincrasie del maschio (e di Fellini in particolare) con l’altro genere.

Quella tra Federico Fellini e Marcello Mastroianni non è stata solo una fruttuosa collaborazione che ha scritto imprescindibili pagine del cinema italiano capaci di ammaliare il mondo tutto, ma è anche la storia di due amici che, giunti a una profonda affinità emotiva, si rispecchiano, quasi fosse un gioco, quel gioco delle parti che ha portato, infine, i due uomini a interpretare sé stessi anche in Intervista.
In questo complesso gioco di camuffamenti e di rispecchiamenti, tra verità e menzogna, di Dio e di Adamo (fatto a sua immagine e somiglianza) che è fondamento stesso del fare cinema, come due bambini o due fratelli («un fratello maggiore ideale», come lo etichetta lo stesso attore, «più intelligente, più profondo, più sensibile di me. Un fratello che mi vuole bene, con il quale posso dire tutto») vengono spesso ritratti nelle foto i due giganti.

Mi riconosco così profondamente in lui, in questa specie di operazione magica, che certe volte, guardandomi allo specchio, ho la sensazione di vedere la sua faccia.
Marcello Mastroianni su Federico Fellini

[…] Cardinale, c’è persino Sandra Milo. E poi, naturalmente, non poteva mancare lui: il grande Marcello Mastroianni, vero e proprio alter ego di Federico Fellini, qui in una delle sue più celebri […]
[…] si pensa al binomio tra attore e regista, viene quasi automatico associare Mastroianni a Federico Fellini. In fondo, è grazie ai suoi ruoli ne La dolce vita e in 8 1/2 che ha raggiunto la fama mondiale. […]