Il cinema è diventato, con il tempo, una macchina velocissima in fatto di produzioni. Riuscire ad imporsi nell’immaginario collettivo non è affatto semplice ma, come per ogni cosa, c’è a chi sembra riuscire facilissimo ed anzi, che fatica ancora a distanza di tre decenni, a cedere il posto a pellicole più recenti. Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme è sicuramente una pietra miliare del genere thriller, grazie ad un’architettura ed un’estetica che possiamo definire perfetta. Il suo merito è sicuramente quello di aver creato il villain per eccellenza, quello con il quale chiunque ormai è destinato a scontrarsi e misurarsi: Hannibal Lecter. Ovviamente l’unico volto a cui faccio riferimento è quello dell’immenso Anthony Hopkins.

Il silenzio degli innocenti (The Silence of the lambs, titolo originale che riprende parte della storia rispetto alla poetica traduzione italiana) è un thriller psicologico figlio degli anni ’90, che però non ha decisamente nulla da invidiare al cinema moderno. Con i suoi cinque Oscar, la pellicola del ’91 è il prodotto di un incredibile lavoro corale: dalla geniale regia di Demme, alle musiche di Howard Shore (oscar per la colonna sonora de Il signore degli anelli) da quell’aura meravigliosa della giovanissima Jodie Foster all’inquietante quanto affascinante interpretazione di Antony Hopkins. Dopo trent’anni, senza dubbio, la pellicola rimane uno dei prodotti cinematografici meglio riusciti.

Hannibal Lecter l’avevamo già visto nell’86 in Manhunter, prima trasposizione del romanzo Il delitto della terza luna (Red Dragon), di Thomas Harris. Nel film di Michael Mann, ad interpretare l’assassino cannibale con il nome di Lektor, quasi dieci anni prima, era Brian Cox. Ovviamente, come succede per qualsiasi grande successo, abbiamo avuto prequel e sequel, ma niente di paragonabile alla performance di Hopkins. È il suo, infatti, il Lecter più conosciuto, con il suo disturbante verso “ftftft”, sua trovata non prevista, ma molto calzante. La domanda, che arriva a distanza di trent’anni, è: come è riuscito l’attore britannico ad imporsi, con soli 16 minuti complessivi sullo schermo, in tutte le nostre menti?

L’ Hannibal di Hopkins è uno spietato assassino ma non é un mostro, anzi sembra assurdamente normale e professionale, tanto da venir ancora chiamato da tutti dottore. È la faccia “pulita” della medaglia: vestito totalmente di bianco con un’estrema lucidità e precisione nel ragionamento. Il mostro de Il silenzio degli innocenti è infatti Buffalo Bill: folle, squilibrato e disgustoso. Lecter è folle e violento, ma quasi in senso artistico, con sottofondi di musica classica che accompagna con le mani come dirigesse un’orchestra immaginaria; Ha un’immensa ed affascinante conoscenza del mondo che quasi per un attimo riesce a far dimenticare chi si ha davvero davanti. È un cattivo perfetto, quasi seduttivo. Sir Anthony Hopkins ha interiorizzato Lecter, l’ha plasmato, tanto da arrivare a cambiare il copione: nei lunghi discorsi con Clarice, infatti, non era previsto che l’assassino le si rivolgesse chiamandola campagnola ed ironizzando sul suo accento della Virginia; la Foster mostrò davanti alla telecamera una reazione inaspettata e molto credibile, tanto da ringraziare Hopkins per aver creato quel momento così vero. L’interpretazione di Hopkins di Hannibal Lecter è stata classificata al numero 1 sulla lista dei cattivi dall’American Film Institute.

Richard Attenborough parlò di Hopkins come il più grande attore della sua generazione.

Grazie alla sua recitazione perfetta e sofisticata, figlia di un approccio da accademia teatrale, Hopkins è in grado di interpretare ruoli ambigui e tormentati, ma ricordando sempre il lato umano del suo personaggio: i suoi sono uomini terribili, ma sono sempre uomini. Con lui non parliamo di recitazioni sfrontate e caricate ma sempre apparentemente composte, come ci fosse una sorta di rabbia latente schiacciata da un’opaca facciata. È raffinato e temibile, gentile e spaventoso, una doppia personalità che coesiste in tutte le sue interpretazioni. Lui stesso dice che il suo lavoro attoriale non è difficile, non è caricato, riesce a sembrare ambiguo ed agghiacciante, inquietante al limite della pazzia semplicemente perché sa farlo, non recita, è così. Anthony Hopkins  è “semplicemente” in grado di trasmettere la sua arte: interiorizza il suo personaggio, lo apprende e comprende fino a crearne una versione unica.

Anthony Hopkins non è solo Hannibal Lecter

Il debutto cinematografico arriva nel 1968 con Il Leone d’inverno (The Lion in Winter), dramma storico in costume di Anthony Harvey. Il giovane Hopkins, al fianco di due attori leggendari del calibro di Katharine Hepburn e Peter O’Toole, è Riccardo, il figlio prediletto. Duro ed autoritario, ma anche fragile e sentimentale, il primo personaggio del Sir gallese, rende esattamente l’idea di quello che dimostrerà con il tempo: niente è come sembra. 
Hopkins, alle prese con la sua prima volta davanti alla telecamera, racconta che fu la stessa Hepburn a consigliargli di smettere di recitare e limitarsi a leggere le battute per trasmettere la sua vera e prodigiosa essenza.

Diretto da Richard Attenborough, torna sullo schermo con il folle personaggio di Corky Withers in Magic-Magia, horror psicologico del 1978. Qui Hopkins anticipa la follia manierata di Lecter con un aspirante prestigiatore che, dedicatosi a numeri da ventriloquo, finisce per essere sopraffatto dal suo pupazzo Fats, a cui l’attore stesso da voce nella versione originale. Apparentemente gentile ed educato, come un insospettabile Norman Bates, Corky nasconde una mania schizofrenica dietro ad un pupazzo che diventa a tutti gli effetti il suo assurdo alter-ego. Un’escalation inquietante al limite dell’assurdo, impone già Hopkins come maestro dell’ambiguo e dell’ansia.

Nel famosissimo film biografico del 1980, The Elephant Man di David Lynch, Hopkins è il dottor Frederick Treves. Nel contesto di una Londra in bianco e nero, cupa, crudele ed ottocentesca, il medico d’epoca interpretato dall’attore britannico è decisamente perfetto. Sapientemente calibrato e sempre sul filo dell’ambiguo, riesce ad instillare nel pubblico l’amletico dubbio: è un’anima buona o è come tutti gli altri uomini?

Nel Dracula di Bram Stocker del 1992, con la regia di Francis Ford Coppola, è il docente olandese Van Helsing, esperto di occulto ed antagonista di Dracula. Nell’atmosfera barocca, ricca di colpi di scena ed effetti speciali, Hopkins, seppur non protagonista, riesce a portare la sua splendida recitazione nell’ennesimo capolavoro a cui prende parte.

Nel 1993 , in Quel che resta del giorno (The Remains of the Day), capolavoro di James Ivory ci regala una prova perfetta di espressività. Molto contenuto, stavolta nei panni del rigido maggiordomo James Stevens, Hopkins si limita a parlare con gli occhi, nascondendo nuovamente le emozioni in profondità. Ritroviamo la compostezza immobile di Lecter, in grado di seppellire ogni debolezza. Un uomo che nasconde il dolore sotto una maschera di obbedienza e devozione al suo padrone, un uomo destinato ad un’immensa solitudine reso ancora una volta umano delle straordinarie capacità dell’attore.

Interpreta poi Nixon ne Gli intrighi del potere – Nixon , film del 1995 di Oliver Stone. È un presidente simile eppure diverso dall’originale. È molto convincente tanto che, pur non assomigliando a Richard Nixon da al pubblico l’impressione di rivederlo sullo schermo grazie ai movimenti, la postura e le sfumature del carattere. Rende la vulnerabilità di un uomo politico che è pur sempre un uomo. Emozioni e potere. Hopkins delinea un ritratto perfetto di Nixon con la sua capacità di calarsi in ogni personaggio non ricalcandolo ma interiorizzandolo.

Nonostante la pellicola abbia ricevuto pareri contrastanti, in Vi presento Joe Black del 1998, Anthony Hopkins torna ad alzare il livello, nei panni di Bill Parrish. Mick LaSalle ha commentato che “l’interpretazione di Hopkins è così emozionante che persino i momenti più insignificanti brillano di complessità di pensieri e sentimenti”. Celebre e toccante il discorso sull’amore indirizzato alla figlia Susan.

Più recentemente e fuori dal consueto contesto, nel 2011 esordisce nell’Universo Marvel con Thor di Kenneth Branagh. In pieno tema fantasy, Hopkins è un credibilissimo Odino, il padre degli dei.

Nel 2019 è Ratzinger nel film I due papi, diretto da Fernando Meirelles. Grazie alla straordinaria somiglianza con Benedetto XVI e la capacità interpretativa innata, Hopkins riesce a delineare un quadro meraviglioso del personaggio che comprende sfera pubblica e privata, conosciuto e sconosciuto.

Musicista, scrittore e pittore Hopkins sembra quasi aver vissuto milioni di vite, davanti e dietro la telecamera. innamorato della vita, tanto da portare come esempio per i giovani la sua vittoria contro l’alcolismo. Filantropo e grande sostenitore di Green Peace, Sir Hopkins è un enorme esempio d’attore e d’uomo. Coprendo un lunghissimo tempo cinematografico, Anthony Hopkins è decisamente uno degli interpreti migliori di sempre. Multiforme, poliedrico e perennemente all’altezza degli innumerevoli ruoli, l’attore gallese è forse il sinonimo stesso di recitazione.