Il nome di Kenneth Branagh è ormai da tempo nell’olimpo dei più grandi interpreti e registi della storia britannica. Un talento che si manifestò in modo precoce, portandolo a poco più di vent’anni già al centro dell’attenzione sui migliori palchi del Regno Unito, dove fu punta di lancia della straordinaria tradizione accademica di sua Maestà.

Indicato già all’epoca come il vero ed unico successore del grande Laurence Olivier, Branagh, irlandese figlio di proletari di Belfast trapiantato a Reading in giovane età, non ha mai fatto mistero di considerarsi un servitore a tutto campo della recitazione. Esordì molto giovane alla regia, prima sul piccolo schermo e poi con il suo celebre Enrico V (1989) che, nonostante un budget non elevatissimo, trovò i favori sia della critica che del pubblico.
La Royal Shakespeare Company e le opere del più famoso drammaturgo di sempre hanno quindi influenzato la produzione di Branagh fin dall’inizio, tanto che, per sua stessa ammissione, la compagnia gli ha insegnato sostanzialmente tutto ciò che c’è da sapere sull’arte di imitare la vita.

Sperimentatore audace e frizzante, Kenneth Branagh stupì pubblico e critica quando, per Molto Rumore Per Nulla, reclutò nientemeno che l’astro nascente afroamericano Denzel Washington, uno dei primi casi di cast inclusivo.
La naturalezza nel trattare Shakespeare e trasportarlo al cinema è continuata con Riccardo III, Othello ed infine Amleto, vero e proprio colossal in costume.

Brannagh negli anni si è dimostrato capace di andare oltre il poeta inglese e di proporre film molto diversi dall’eredità teatrale, basti pensare a L’altro Delitto o a Gli Amici di Peter. Pur provenendo dalla più rigorosa e acclamata accademia teatrale del mondo, non ha mai ceduto alla tentazione di ricreare semplicemente sul grande schermo una declinazione del palcoscenico, ma anzi ha saputo sempre utilizzare al meglio il linguaggio cinematografico.

Branagh attore si è adattato al cinema del XXI secolo, prestandosi anche in parti minori da caratterista, brillando sempre per carisma, presenza scenica e per la capacità di dare vita a personaggi completamente diversi l’uno dall’altro.
Nonostante Wild Wild West sia un film dimenticabile, l’interpretazione di Branagh del Dr. Arliss Loveless, un Mad-Doctor come se ne sono visti pochi nel cinema, rimane impressa nello spettatore, così come il suo ufficiale nazista Adolf Eichmann in Conspiracy.

Il pubblico più giovane degli anni 2000 l’ho conosciuto nella saga di Harry Potter, nei panni del ridicolo e pomposo professor Allock (Branagh confessò di essersi divertito a prendere spunto da tanti registi, colleghi attori, ma soprattutto giornalisti che aveva conosciuto in passato).
In quegli anni inizia la “seconda giovinezza da regista”, prima con Sleuth e poi con Operazione Valchiria, fino al cinecomic Marvel Thor.


Anche nel ruolo di villain, come in Jack Ryan – l’Iniziazione o da ultimo in Tenet, Kenneth Branagh ha saputo mantenere intatto il suo magnetismo, la sua incredibile capacità di dominare lo spazio e il tempo scenico, di unire una straordinaria espressività fisica ad un portentoso utilizzo della voce.

Ora, ecco arrivare Belfast, che molti indicano come uno dei grandi protagonisti per la prossima serata degli Oscar: Branagh ha parlato di se stesso, della sua infanzia di figlio di operai a Dublino, di come la fantasia, il primitivo amore per l’arte, lo avessero salvato dai bulli, dall’isolamento e dalla violenza di un’Irlanda divisa.

Un regista e un interprete che ha saputo, in maniera personale ed efficace, fondere insieme classicità modernità, restando comunque “il divo teatrale della porta accanto”.