A ottant’anni dallo Sbarco in Normandia, la decisiva e complessissima invasione anfibia da parte degli alleati è impressa nella memoria cinematografica grazie a quel capolavoro (certamente di tecnica, ma meno incisivo nell’indagare i pertugi più oscuri dell’essere umano e le aberrazioni delle sue società “più civilizzate” – La sottile linea rossa, Apocalypse Now e Full Metal Jacket su tutti) che è stato Salvate il soldato Ryan.

L’epopea di Steven Spielberg prima e, più recentemente, il Dunkirk di Christopher Nolan, invece, attraverso due viaggi salvifici tra le atrocità sanguinolente della guerra (precisamente della secondo guerra mondiale, il conflitto più cinegenico della Storia), nelle regie di due autori tanto osannati quanto spesso ingiustamente sminuiti (come se un largo apprezzamento popolare debba necessariamente essere conseguente a una pochezza artistica), sembrano far riverberare tutta la potenza immersiva e sinestesica del cinema.

In tutta la profondità e ampiezza della dimensione spaziale di Salvate il soldato Ryan, predominante in tutto il cinema di Spielberg (il grande erede dell’orizzontalità schermica di John Ford), dopo lo sbarco sulla spiaggia di Omaha si attraversano le macerie della Francia occupata al seguito di un piccolo plotone (capitanato dall’uomo – eroe – medio americano per eccellenza, Tom Hanks) alla ricerca di un singolo uomo, il soldato semplice James Francis Ryan (faccia d’angelo Matt Damon).

Tra contrasti e legittimi dubbi, gli incalcolabili rischi a cui dovranno far fronte non sono giustificati da motivi strategici inerenti il conflitto, bensì vengono corsi per riportare a casa di una madre (metaforicamente la moglie del caro Zio Sam?) l’ultimo figlio ancora scampato alla morte sul fronte.

Nella manipolazione temporale che, al contrario, contraddistingue la poetica di Nolan, Dunkirk moltiplica i movimenti della storica estrazione dell’esercito inglese dalla spiaggia omonima, segmentandoli in tre dimensioni spazio-temporali differenti (terra, mare, cielo – una settimana, un giorno, un’ora).

La disperazione che dilaga tanto dai continui tentativi di fuga (o semplicemente di sopravvivenza), quanto dai folli tentativi di estrazione operati da comuni cittadini descrive dei moti disordinati in cui si rifiuta quasi completamente il riconoscimento di qualunque protagonismo eroico (nonostante anche il volto di noti attori del calibro di Tom Hardy, Mark Rylance, Kenneth Branagh e Cillian Murphy).

La stucchevolmente retorica cornice narrativa del vecchio Ryan – che, ricordando i compagni sacrificatisi per salvare la sua vita, si commuove chiedendosi se ne sia stato degno – viene fortunatamente controbilanciata da una magistrale messa in scena in cui il realismo più crudo nasconde l’ipertrofia dell’artificio.

Nelle macerie dalla fotografia desaturata e con la macchina da presa sempre sulla spalla a suggerire l’embodiment, la magnifica scena iniziale dello sbarco in Normandia (tra le più complesse e giustamente osannate del regista) getta inaspettatamente lo spettatore nell’inferno delle trincee.

Nello sporco, tra la sabbia, il sangue e il metallo, accanto a generali dalle mani tremanti, a medici dagli occhi allucinati e agli isterismi dei soldati morenti, Salvate il soldato Ryan riesce fin da subito ad avviluppare lo spettatore in un’esperienza capace di stimolare profondamente non soltanto la vista e l’udito, ma persino la percezione tattile di quella spiaggia su cui il destino delle nazioni è stato (parzialmente) deciso.

Proprio la volontà di rendere il war movie sinestesico sembra aver motivato Christopher Nolan (che con la promozione dell’IMAX sostiene da tempo la spettacolarità multisensoriale del cinema) nell’elaborazione di Dunkirk, il primo film del regista che rifiuta una narrazione complessa sostenuta da protagonisti e antagonisti fortemente caratterizzati (seppur con l’ennesima declinazione feticista per rompicapi temporali che qui, però, si inseriscono decisamente in maniera più armonica che, ad esempio, nel tremendo Tenet).

Calati nel girovagare all’apparenza senza speranza di tre soldati (in particolar modo, ma anche nei percorsi di un aviatore e di un marinaio), sembra di soffocare nell’acqua dello stretto di Dover, si temono gli assordanti rombi delle armi da fuoco che perseguitano i soldati nel ticchettio degli archi di Hans Zimmer (che scandiscono il tempo tiranno) e si innerva l’ansia per la ricerca di un nascondiglio nella salsedine bluastra della fotografia di Hoyte van Hoytema.

Salvate il soldato Ryan e Dunkirk mettono in scena in una cornice storica due viaggi multisensoriali nei conflitti armati: il primo attraverso una spazialità lineare e orizzontale tutta tesa all’epicità (perfettamente conforme alla narrazione hollywoodiana classica); il secondo, invece, modella uno spazio-tempo frazionato e nevroticamente contorto nelle azioni di personaggi che, come proverbiali topi in gabbia, si dimenano.

Proprio tale concitata dannazione, rendendosi protagonista della pellicola a discapito dei singoli personaggi (che perciò diventano spesso egoisti e brutali), salva la pellicola di Nolan dal melenso patriottismo (accennato nel solo finale) che invece impera nell’opera spielbergiana.

Dall’ineguagliabile potenza immersiva (e certamente anche emozionale nel suo perseguimento più furbesco) Salvate il soldato Ryan sembra voler affermare ostinatamente i buoni valori su cui si impernia l’America anche nelle pagine più turbolente della Storia, proclamando a gran voce il dettame radicalizzato da Shindler’s List: “chi salva una vita, salva il mondo intero”.