Alla Settimana Internazionale della Critica del 78° festival di Venezia arriva Mondocane coraggioso film d’esordio di Alessandro Celli che propone, grazie all’azzardo del produttore Matteo Rovere, della sua Groenlandia e di Minerva Pictures, un genere che in Italia era quasi del tutto scomparso: la fantascienza distopica.

Mondocane, già nel titolo, riporta al sottogenere anni ’60, ’70 e parte degli ’80 dei Mondo Movie italiani. Lampante il rimando a Mondo Cane di Jacopetti, Cavara e Prosperi, ma oltre ad una tematica ambientalista, il film di Celli ha poco in comune col documentario del 1962.

Siamo a Taranto, in futuro non troppo distante dove una catastrofe ambientale ha distrutto il Bel Paese e le persone sono divise da recinti che le separano per classi sociali.
All’ombra dell’acciaieria, ben lontano da Taranto Nuova, gli ultimi della piramide sociale hanno costituito un regno di baraccopoli dove il caos e la violenza annientano il valore della vita umana. Bande armate e selvagge impongono la loro legge, tra queste Le Formiche, guidate dal violento Testacalda (Alessandro Borghi).
Gli orfani Pietro e Christian sognano di entrare in questo gruppo di criminali composto quasi esclusivamente da bambini. Superano un’incendiaria prova di iniziazione e diventano per tutti i membri delle Formiche Mondocane e Pisciasotto. Ben presto però si renderanno conto che sognavano una realtà che non conoscevano, ma ormai forse è troppo tardi per scappare via.

Alessandro Celli, all’esordio nel lungometraggio, sfrutta appieno un budget veramente ridotto all’osso per riproporre la fantascienza post-apocalittica nel panorama del cinema italiano.
In Mondocane si possono trovare fascinazioni dei grandi maestri americani del genere come Carpenter o George Miller, qualche spunto arriva direttamente da I figli degli uomini di Alfonso Cuaron, ma il vero merito del film è quello di fondere il romanzo di formazione con una tematica ambientalista molto spiccata soprattutto nella visionaria scenografia di Fabrizio D’Arpino.

Nello sviluppo dei personaggi, sia i principali che i secondari, Mondocane deve tantissimo al rinato (in Italia) genere dei gangster movie, soprattutto a La paranza dei Bambini di Giovannesi e, in effetti sembra ricalcarne in molti punti la trama.
Celli però è bravo nel cercare una sua sua personale visione del cinema e costruisce dialoghi credibili e situazioni non scontate dove un Borghi con la cresta da Mohicano quasi viene messo in secondo piano dagli adolescenti Dennis Protopapa e Giuliano Soprano.
L’unica pecca, ma perdonabile per inesperienza, risiede in una sceneggiatura che procede troppo schematica e con un ritmo un po’ forzato, ma riesce comunque a farsi specchio deformante della realtà attuale.

La regia si affida ciecamente alla camera a mano, nelle scene più emotive è trascinante e avvicina ai personaggi, in quelle più squisitamente action non brilla, ma restituisce bene la concitazione del momento. Un plauso particolare va alla fotografia acida e assolata di Giuseppe maio.

Mondocane è un film d’esordio che intrattiene e si lascia perdonare piccole sbavature, il quarantacinquenne Alessandro Celli dimostra di avere coraggio che, magari proprio dal prossimo film, verrà messo anche dietro la macchina da presa perché, se avesse giocato di più con il linguaggio cinematografico, questo Mondocane sicuramente sarebbe diventato un must view per anni e anni.