È difficile insegnare alle persone a credere

Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot, diretto da Gus Van Sant, è un biopic del 2018 basato sulle memorie biografiche dall’omonimo libro di John Callahan.

Callahan, famoso vignettista americano morto nel 2010, grazie al lavoro di Van Sant e dell’attore Joaquin Phoenix che lo fa parlare, racconta la sua storia in prima persona a dei bambini di quartiere che incontra per caso. Tuttavia, l’espediente narrativo del racconto, non si riduce solo a questa scena. Tutto Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot è giocato sul dialogo.

Van Sant non vuole mettere in scena il successo artistico di Callahan, forse perché sotto gli occhi di tutti dato le numerose collaborazioni con le più famose riviste, ma, metaforicamente parlando, il cammino di un uomo fatto di grandissime difficoltà. Questo risulta evidente se si considera quanto poco spazio è lasciato ai suoi lavori. Le vignette che si animano, appaiono ogni tanto e nella seconda parte del film, dove il cambiamento dell’animo di Callahan è metabolizzato e deve essere messo in atto.

Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot e i temi scomodi

Dal film emergono moltissime tematiche ancora oggi tabù o ritenute difficili. Callahan è nato nel 1951, però venne abbandonato dai suoi genitori biologici. Fu adottato, ma ebbe molti problemi a sentirsi integrato con gli altri fratelli e sorelle e sin dall’età di dodici anni, per superare il trauma di abusi sessuali, sembrerebbe essere caduto nel circolo dell’alcol. Proprio questa dipendenza, l’ha portato a ventun anni a essere tetraplegico dopo un incidente d’auto.

Abbandono, abusi sessuali, violenze, dipendenze sono questi solo alcuni dei temi sul quale ruota il dialogo narrativo.
Le scene potrebbero sembrare lente ma, a mio parere, rappresentano bene il processo di cambiamento e riscatto di una persona. I primissimi piani dei soggetti coinvolti rallentano il flusso, mettendo lo spettatore in condizione di metabolizzare con Callahan i fatti che si trova volta per volta a dover affrontare. A maggior ragione se si considera che nulla viene filtrato: il vignettista infatti, racconta ogni dettaglio di sé.

La sua storia di sofferenza sembra avere un lieto fine. Le testate giornalistiche infatti, iniziano a notare i suoi lavori e ad apprezzarlo. Smette di bere e dedica la sua vita all’arte (perché che piaccia o meno, la satira è comunque un mezzo di espressione artistica). Non piace a tutti, ma la stessa ironia che usa nelle vignette la usa nel compiacere gli altri: che sia un giudizio positivo o negativo, sembra che per lui basti avere una reazione.

Ritengo che questo cambiamento di rotta sia frutto delle persone che Callahan ha incontrato, su di tutti, l’amico e mentore del gruppo degli Alcolisti Anonimi, Donny, interpretato da Jonah Hill. La morale potrebbe essere sempre la stessa e mai banale del nessuno si salva da solo. A differenza del titolo scelto da Callahan per la sua autobiografia, si potrebbe dire invece che nonostante tutto, sia andato lontano.