Affascinanti, illuminanti o deludenti che siano, i biopic scelgono di raccontare al pubblico la stessa cosa: la verità. Non sono documentari ma veri e propri film su personaggi realmente esistiti. Oggi ve ne proponiamo quattro, tutti diversi ma tutti imperdibili, che raccontano storie di vite che, per diversi motivi, valeva la pena ricordare.

Bronson

Decisamente uno dei film prisoner meglio riusciti, quello di Nicolas Winding Refn del 2008. La storia è quella vera di Michael Peterson, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Bronson, finito dietro le sbarre per rapina a mano armata nel 1974 e mai più tornato in libertà, se non per una manciata di giorni. Bronson stesso, interpretato da un fenomenale Tom Hardy,racconta al pubblico le violente gesta che l’hanno reso, nel tempo, il criminale più famoso e costoso d’Inghilterra. Spinto da una vocazione alla violenza ed un malsano desiderio di fama, il delirante criminale si muove nella pellicola come fosse il direttore di un’orchestra impazzita, un attore di un teatro creato da lui stesso, dove ogni rissa ed ogni violenza è spettacolarizzata, fino a raggiungere il più puro estetismo.

Brutalità ed arte si fondono, nel film come nel personaggio, in uno strano quanto seducente parallelo tra pazzia e completa espressività del proprio essere. Bronson è cattivo per il piacere di esserlo, non ha traumi o storie strappa lacrime alle spalle, è assurdamente sedotto dalla violenza che qui si trasforma in estetica musicata, strizzando l’occhio al truccatissimo Alex di Arancia Meccanica. La messinscena è fantastica, la narrazione è innovativa, la storia è vera e Tom Hardy è quanto di più spaventoso ed affascinante ci si possa aspettare: Bronson è sicuramente un biopic da vedere e rivedere.

Vice – L’uomo nell’ombra

La biografia non autorizzata di Dick Chaney racconta un cinquantennio della storia americana, vista dagli occhi di chi reggeva il potere senza dirlo. La parabola di Chaney che da ubriacone, arrestato e cacciato dall’Università, diventa il vice di George W. Bush potrebbe sembrare il racconto di un bravo americano che ha saputo mettere la testa a posto al momento giusto. Eppure, con il suo film, uscito nel 2018, Adam McKay, cerca di sgretolare dall’interno i meccanismi del potere degli USA, da un punto di vista insolito: l’ombra. L’uomo nell’ombra del titolo è appunto Dick Chaney, il Vice, colui che da tirocinante del Congresso arriva di fatto alle redini del potere, approfittando di un Bush junior dipinto qui come un goffo burattino al cospetto della figura paterna.

Il film è costruito alla perfezione, narrato da un personaggio che, inizialmente, facciamo fatica a collocare, ma che poi si rivelerà fondamentale per la storia. Un cuore malandato che batte il tempo che rimane, dei titoli di coda posti a metà film, come a dire che la storia sarebbe potuta terminare molto prima, una telefonata a sorpresa ed una carriera che riparte decisamente meglio, o in questo caso peggio, di prima. Dall’11 settembre, ai massacri e alle torture, da Guantanamo alla guerra in Iraq, tutto calibrato da un dualismo perfetto tra un terribile stratega ed un premuroso uomo di casa.

American Sniper

Non una pecora, non un lupo ma un cane da pastore che protegge quelli che ama, così il padre voleva che fosse e così Kyle è diventato. Dai rodeo nel Texas all’arruolamento, dal matrimonio alla guerra. Segnato dal tragico attacco alle Twin Towers, Chris Kyle, interpretato da uno splendido Bradley Cooper, decide di essere quell’uomo che protegge chi ama e lui, più di tutto, amava l’America. Un sentimento patriottico portato all’estremo da Clint Eastwood, veterano del cinema sia davanti che dietro la macchina da presa, che qui decide di raccontare la vita dell’americano modello credente e combattente. La storia è infatti tratta dalla biografia del pluridecorato cecchino della Navy Seal, l’American Sniper Chris Kyle, distintosi nella guerra in Iraq per numero di nemici uccisi e divenuto eroe in patria. Eastwood, col suo film datato 2014, affronta l’orrore della guerra dall’interno, dal punto di vista di chi la vive e la fa: prima, durante e dopo.

La tragedia della sindrome post traumatica, quell’irrealtà della guerra che torna a casa e si fonde e stride con la realtà della vita. Un continuo sentirsi fuori posto ed un altrettanto continuo tornare sul campo, dove il trauma è iniziato e continua ad alimentarsi. Una storia senza dubbio ben raccontata, ma che certamente arriva maggiormente ad un pubblico americano, ben più familiare al concetto di patriottismo, rispetto a quello occidentale. Un biopic che costringe a riflettere, con un finale però forse troppo calcato.

Don’t Worry – He won’t get far on foot

Politicamente scorretto, contro il perbenismo della società americana e paraplegico, questo era John Callahan. Da ubriacone dell’Oregon con poca voglia di fare, se non sbronzarsi dalla mattina alla sera, dopo un terribile incidente d’auto, finisce paralizzato su una sedia a rotelle. Costretto a convivere con la depressione e la frustrazione del non poter essere autosufficiente, Callahan decide di combattere contro la sua dipendenza dall’alcol, di cercare sua madre ma anche Dio ed intraprendere un lungo percorso per perdonare e perdonarsi. Gus Van Sant con questo biopic racconta una grande storia: il talento, il potere della riabilitazione, la lotta di gruppo e la vacillante forza di volontà delle persone.

Con il tratto sottile della penna del fumettista, che il celebre regista dissemina con parsimonia per tutta la pellicola, Don’t Worry sviscera la storia vera ed intima del famoso vignettista americano, con una delicatezza che si sposa perfettamente con le vignette dissacranti. Commovente ed emozionante, con un Jonah Hill strepitoso, nei panni del guru che guida la comunità di alcolisti ed un Joaquin Phoenix che sembra ormai star bene in ogni ruolo, anche con metà corpo immobile. Un biopic uscito nel 2018, che maneggia problemi reali, difficoltà quotidiane, tanta fede e accettazione.