La prima donna italiana dietro la macchina da presa è stata una precorritrice del neorealismo: Elvira Coda Notari.
Classe 1875, salernitana, la prima regista della penisola era tenace, appassionata, precisa. Una pioniera del cinema nazionale e mondiale. In un’epoca in cui gli uomini detenevano il monopolio della settima arte e in cui  le donne erano relegate a ruoli marginali o secondari nella realizzazione dei film (come truccatrici oppure secondo assistente alla regia) Elvira Notari riuscì non solo a emergere, ma a lasciare il segno nella storia del cinema. Anche se, il suo nome e la sua storia sono ancora poco conosciuti a livello popolare.

Nata Coda, prese il cognome dal marito fotografo Nicola Notari conosciuto a Napoli. E’ grazie a lui che ebbe inizio la sua carriera da regista.
Nel 1903, suo marito acquistò una cinepresa in legno con un’autonomia di 10 metri di pellicola. Fu così che Elvira iniziò a sperimentare, aiutata nella parte tecnica da Nicola. Cominciò con riprese di panoramiche di Napoli e Capri. Ma ben presto capì il potenziale di quel mezzo.
Intuì che poteva raccontare delle storie. Le sue storie.

Probabilmente oggi Elvira Notari verrebbe considerata una videomaker.  Anche se sarebbe certamente riduttivo etichettarla in questo modo.
Si occupava praticamente di tutto nelle sue pellicole.  Dall’organizzazione delle riprese alla scrittura, dalla regia al montaggio. Produsse i suoi film (inizialmente cortometraggi alla Lumière e documentari) colorando ogni singolo fotogramma a mano. Altre volte a macchina con tinte uniformi. A seconda dei sentimenti espressi, utilizzava dei colori specifici. Come il blu per la malinconia o il rosso per la rabbia. Naturalmente, si trattava di film muti. Per questo motivo le immagini venivano sincronizzate con musica e canti interpretati dal vivo.

Più che di film, si trattava di veri e propri spettacoli multimediali. Le sue opere inizialmente vennero presentate negli intermezzi tra un tempo e l’altro nel Salone Margherita di Napoli, il primo cafè-chantant italiano nato in piena Belle Époque.
E’ proprio lì che nacque il cinema-chantant di Elvira Notari, con le proiezioni della sua “filmina a colori”. Nonostante all’ epoca la settima arte fosse un mondo maschile, per ironia della sorte  la parola film era al femminile: LA FILM.

Agli inizi del novecento la capitale del cinema italiano era Torino.  Elvira Notari fu innovativa anche in questo: nelle sue pellicole raccontò Napoli, la sua città d’adozione. Le sue storie parlavano della quotidianità, di persone comuni. Era un cinema popolare fatto di realismo, dramma, passione. Spesso si ispirava a canzoni napoletane o a eventi tragici realmente accaduti in città. Guappi, scugnizzi, pescatori, povera gente. Questi erano per lo più i protagonisti delle storie della regista.

un fotogramma di “Rovine ” di Elvira Notari

Elvira Notari raccontò gli ultimi, il disagio sociale, le ingiustizie. Ma a trionfare era sempre l’amore. Gli spettatori si immedesimavano moltissimo nelle sue pellicole, proprio perché riuscivano a riconoscersi in determinati personaggi, in certe situazioni. Il talento della Notari era proprio questo: arrivava al cuore del suo pubblico. Leggendario è l’episodio di un uomo che, durante una proiezione al cinema, sparò dei colpi di pistola sullo schermo per uccidere il “cattivo” del film.

Probabilmente il successo delle sue opere era anche legato alla scelta dell’utilizzo di attori non professionisti, spesso presi dalla strada. La Notari non aveva le possibilità economiche per lavorare con i divi del cinema muto. Ma, soprattutto, comprese presto che le sue storie realistiche avevano bisogno di interpreti più autentici e meno impostati. Fu per questo che, tra le altre cose, aprì una Scuola d’ arte cinematografica dove insegnava una recitazione naturalistica senza gli eccessi di pathos a cui era abituato il pubblico di allora.

La regista scavava nei problemi e nei drammi personali degli attori per provocare delle reazioni realistiche. A volte li faceva finire addirittura in lacrime. I  suoi metodi per ottenere la  spontaneità nella recitazione anticipano quelli che in seguito circoleranno sui mezzi usati da Vittorio De Sica nei confronti di Enzo Staiola in Ladri di biciclette.

Oltre ad aver anticipato il neorealismo italiano, Elvira Notari fu una pioniera anche per quanto riguarda l’attività di marketing che precedeva e seguiva la realizzazione dei film.  Comprava i diritti sulle canzoni da presentare al Festival di Piedigrotta, spesso senza sapere il testo, semplicemente usando il suo intuito. 
Le bastava il titolo e da lì costruiva una storia.  In più, una volta finita la postproduzione delle pellicole, si occupava lei stessa della promozione delle sue opere. A partire dalla pubblicità e ai rapporti con la stampa fino alla realizzazione delle locandine.

A Napoli diede vita a un laboratorio di stampa, titolatura e coloritura delle pellicole. Lo fece insieme ai suoi tre figli: Edoardo, Dora e Maria. Fu proprio col nome della sua secondogenita che venne battezzata l’attività di famiglia, la “ DORA FILM FABBRICA DI FILM PER CINEMATOGRAFI E FILM PARLANTI”. Poco dopo la fondazione, si trasformò in una vera e propria casa di produzione diventando una delle più note compagnie di Napoli e d’Italia.

«Simm’e Napule e avimma fa ’o cinema de’ napulitane!» – Elvira Notari

Probabilmente, senza la sua Napoli i racconti di Elvira Notari non sarebbero stati gli stessi. Né avremmo visto sul grande schermo persone prese dalla strada… perché lei aveva talento anche in questo:  cercare i giusti volti per i personaggi delle sue storie. Impossibile non citare anche Pasolini, a riguardo.  Elvira Notari puo’ essere considerata una precorritrice anche sotto questo aspetto. Riuscì a  scovare caratteristi che sarebbero diventati nomi famosi nel panorama cinematografico italiano. Come Tina Pica o Capannelle  (  personaggio cult de “I soliti ignoti” di Mario Monicelli).

La sua tenacia e determinazione durante le riprese, le fecero guadagnare l’appellativo de “LA MARESCIALLA”. Autoritaria, stakanovista, pignola… faceva ripetere le scene fino allo sfinimento. Si doveva cercare la perfezione. Doveva essere soddisfatta del suo girato. Per questo il suo lavoro nella direzione degli attori era spesso estenuante per gli interpreti. Ma Elvira Notari sapeva bene che nei film muti, l’espressione del volto era tutto e andava enfatizzata al massimo.

La figura femminile aveva un ruolo centrale nei film della Marescialla. Nei suoi romanzi popolari ci sono sempre delle madri, tradite o disperate. Ma anche amanti o donne peccaminose, folli, coraggiose che si sentono stretto il vestito che è stato loro cucito addosso  dalla società dell’epoca. Ricordiamoci che si trattava di tempi in cui le donne erano sottomesse agli uomini sotto ogni aspetto.   Però, nelle opere di Elvira Notari, sono loro al centro della storia.

Anche quando non sembrano essere le vere protagoniste del film, finiscono per diventarlo. Sono spesso delle manipolatrici che rendono dipendenti le figure maschili. La tipica “mala femmna” che ti ruba il cuore e che non riesci a dimenticare. Donne trasgressive, ribelli, forti, che decidono di contestare le regole di un mondo a cui sentono di non appartenere.

un fotogramma di “E’ piccerella” di Elvira Notari

La Marescialla ci mostra il desiderio femminile attraverso il suo sguardo, il primo di una donna in un periodo storico in cui si reprimevano gli istinti sessuali. Cosa c’è di più moderno del racconto di una donna che si divide tra due corteggiatori senza sceglierne uno? E’ quello che ci mostra nel film “ E’ piccerella” del 1922.  La Notari ci racconta donne intraprendenti e anticonformiste. Esattamente come è lei nella vita. Dalle sue opere emerge la voglia di rivalsa degli ultimi, mentre lei era la prima a mettersi in gioco in un ruolo inedito per una donna agli inizi del novecento.

Inoltre, la regista era molto rapida nella realizzazione dei suoi film. Per lo più venivano girati in cinque settimane e per contenere i costi coinvolgeva membri della sua famiglia e conoscenti. Recitò lei stessa in alcune delle sue opere.  Il figlio Edoardo, con lo pseudonimo “Gennariello”, divenne il protagonista di molte delle sue pellicole. E, proprio l’insegnante di suo figlio Rossella “Rosè” Angioni, fu la sua attrice prediletta. Suo marito Nicola non ha mai smesso di aiutarla nella parte tecnica e organizzativa. Il cinema non era semplicemente arte, ma vita. Per i Notari era una storia di famiglia.

Le opere della Marescialla, furono viste e apprezzate anche in America. Gli emigranti italiani non solo si riconoscevano in quelle storie, ma quei film curavano la loro nostalgia di casa. Il successo della Notari fu tale da permetterle di aprire una filiale della Dora Film anche a New York: la Dora Film of America, sulla 7th Avenue. C’è da dire che , a volte, le sue pellicole vennero censurate perché considerate anti-nazionaliste e non potettero essere esportate negli Stati Uniti. Anche se, a volte, riuscirono comunque a circolare clandestinamente a Little Italy.

Purtroppo, furono due i nemici di questa grande donna: l’avvento del sonoro e quello del Fascismo. All’epoca il cinema era già proibitivo per le donne. Elvira Notari era un’artigiana, non poteva stare al passo con i tempi. Un cambiamento così radicale nella realizzazione dei film era troppo costoso per lei e per la sua casa di produzione. La Dora Film chiuse tutte le sue attività di produzione nel 1930. La trasformarono in una casa di distribuzione. Il figlio Edoardo tentò anche la fortuna in Inghilterra, ma non andò come sperava e tornò a casa.

La propaganda fascista intuì ben presto il potere del mezzo cinematografico e per questo motivo il regime portò a una centralizzazione della produzione a Roma, facendo quasi scomparire le industrie meridionali. Ma il Fascismo fu un problema per la Notari non tanto per una questione di geografia. Erano proprio i temi che trattava a infastidire il partito. Bassifondi, rivolte, triangoli,  ribellione, erotismo,passioni, gelosie fatali… impossibile per il regime tollerare tanto! Il contenuto delle sue opere fu censurato. In più, figuriamoci se sotto dittatura una donna potesse emergere come artista autonoma!

“Angelo del focolare domestico che serve la patria anche spazzando la propria casa”: questa è la donna che vogliono i fascisti. Non di certo una donna dietro una macchina da presa che mostra la povertà di Napoli  mettendo in cattiva luce l’immagine dell’intera Italia all’estero. Il regime aveva messo al bando la pazzia, il suicidio e le didascalie in dialetto. Il cinema di Elvira Notari era pregno di questi contenuti. La marescialla non aveva certo “la indiscutibile minore intelligenza della donna” sostenuta dal Duce e dai suoi seguaci. La prima regista italiana dovette rinunciare al suo talento e al suo grande amore: il cinema.

Il Duce aveva sconfitto la Marescialla. Nel 1940 Elvira Notari si ritirò a Cava de’ Tirreni dove morì sei anni dopo. Di tutta la produzione della Notari oggi restano tre film conservati nella Cineteca nazionale di Roma: “E’ piccerella (1922), “ ‘A santanotte (1922)”, “Fantasia ‘e surdate “ (1927). Praticamente piccoli frammenti di una vasta carriera. La prima regista della nostra penisola merita di essere ricordata, perchè il cinema italiano deve molto a questa pioniera coraggiosa e controcorrente. Nel 2015 il video maker Licio Esposito le ha dedicato una mostra-evento che si è trasformata in un documentario: LA FILM DI ELVIRA.  Un primo grande passo per riaccendere i proiettori su Elvira Notari e darle il lustro che merita.

Ed è proprio per questo che anche noi di Cabiria Magazine ci teniamo a dare il giusto spazio alla “Mamma Cinema” d’Italia. Dagli inizi del novecento sono cambiate molte cose… Eppure, le donne fanno ancora fatica a inserirsi e fare carriera in determinati settori. A essere considerate alla pari degli uomini.  Nel mondo della settima arte il vento sta cambiando, ma c’è ancora tanta strada da fare. Ricordare una donna di talento, caparbia e tenace come la Marescialla, è necessario. E, magari, la sua figura potrà essere una fonte d’ispirazione umana, oltre che artistica, per molte donne che sognano di poter stare dietro la macchina da presa.