The greatest contribution of the American people to art
Sergej Michajlovič Ejzenštejn su Walt Disney
C’erano una volta un americano e un russo: il primo disegnava manifesti e caricature per le truppe, adornando con ironiche vignette patriottiche gli spazi nel suo periodo di ferma in Francia; parallelamente (e similmente) il secondo disegnava locandine, slogan militanti e stemmi rivoluzionari sui veicoli dell’Armata Rossa.
C’era una volta anche un neonato mezzo espressivo, quello del cinematografo, attraverso il quale l’americano e il russo si sono poi conosciuti con i loro esperimenti, le teorizzazioni e le innovazioni che, assurte a stato dell’arte, hanno edificato alcune delle fondamenta del cinema stesso.
C’erano una volta Walt Disney e Sergej Ejzenštejn e oggi, invece, c’è un libro con il quale riscoprire con l’affilato sguardo del teorico del montaggio quanto avanguardistica fosse l’opera del padre di Mickey Mouse prima che la sua gargantuesca progenie divenisse un’oliata, ma smorta, catena di montaggio dai prodotti standardizzati.

Walt Disney di Sergej Michajlovič Ejzenštejn, a cura di Sergio Pomati con la traduzione di Monica Martignoni, è un testo prezioso che raccoglie alcuni frammenti che avrebbero dovuto comporre un libro, Metodo, al quale il regista sovietico ha lavorato dal 1940 fino alla sua morte. Strutturato in due macro sezioni di cui la prima avrebbe dovuto analizzare il rapporto tra conscio e inconscio nella produzione e fruizione delle opere d’arte, la seconda si sarebbe dovuta prodigare nel dimostrare «l’intimo legame tra la forma di un’opera d’arte e le leggi costitutive della sensibilità e del pensiero prelogico».
All’interno di quest’ultima, ricoprendo certamente il ruolo di anfitrione, seppur non presente in maniera esclusiva, il cinema sarebbe stato rappresentato da tre casi studio del calibro di David Wark Griffith, Charlie Chaplin e Walt Disney. I frammenti sul cartoonist, risalenti circa fin al settembre del 1940, sono riportati in questo meraviglioso volume con l’arricchimento di due brevi saggi di Sergio Pomati dal titolo Sergej sbarca a Hollywood e L’uomo che volle farsi re (di Cartoonia). Vita e magie di Walt Disney.

Nella tanto torrenziale quanto minuziosa indagine che si percepisce sarebbe stata condotta da Ejzenštejn emerge anzitutto limpidamente l’affascinante sguardo di un mondo, quello dell’Unione Sovietica con il suo realismo socialista, verso quello alieno del capitalismo americano nel quale, al contrario che nel proprio, non riesce a trovare alcuna corrispondenza tra l’arte e la società. Paradossalmente (viene da esclamare oggi considerando l’aggressività economica del sistema produttivo della The Walt Disney Company), però, il cineasta scorge proprio nei cartoni animati di Walt «quel breve momento di sollievo […] nell’inferno sociale di pene, ingiustizie e sofferenze in cui è drammaticamente rinchiusa la cerchia dei suoi spettatori americani».
Così, senza banalmente riproporre i fasti che avevano già reso celebre il disegnatore (primo lungometraggio d’animazione e, conseguentemente, primo oscar per un film di tale categoria, ad esempio), il regista russo, risalendo alla tradizione folclorica della fiaba, della letteratura e delle arti visive, scandaglia quell’avanguardistico agitarsi, fondersi e confondersi delle linee e delle forme (secondo una visione del mondo, e soprattutto della natura, quasi panica) che, fuso al sublime incedere di una perfetta narrazione da cinema hollywoodiano classico, genera l’incanto del fantasioso immaginario disneyano.

Fuggono via correndo, terribili ombre bianche che trascinano code di pasta. Il loro aspetto è fantastico, spettrale. Sono divenuti simili a fantasmi. E allora? I veri fantasmi, spaventati a quella vista, scappano veloci come fulmini.
Sergej Michajlovič Ejzenštejn su Topolino e i fantasmi (Lonesome Ghosts)
Dalle splendide ekphrasis delle Silly Symphonies fino alla penetrantissima rilettura del corto Topolino e i fantasmi (Lonesome Ghosts), Ejzenštejn cede a tutto il suo amore per le infinite mirabilia di questo mondo atavico e pervasivamente animato fin in ogni sua componente (come ci tiene a sottolineare il russo, animated cartoon proviene dai concetti di «animizzazione da una parte e di mobilità dall’altra») in cui la disintegrazione e ricomposizione continua delle forme non solo rievoca il divertissement delle slapstick comedy, ma pone anche davanti a uno specchio deformante lo spettatore.

Con una tale comprensione della complessità creativa delle opere di Walt Disney (tanto profonda da preconizzare, attraverso delle similitudini con le opere di Carroll e di Hugo, i futuri Alice nel Paese delle Meraviglie e Il gobbo di Notre Dame) Sergej Ejzenštejn descrive un momento, forse ormai irripetibile in casa Disney, in cui arte, avanguardia e intrattenimento popolare collidevano in quel «ritorno completo al mondo della libertà totale», in quella «rivolta […] contro la lividezza e il grigiore» che era portato avanti dalle opere del papà di Topolino.
C’era una volta la (poi proverbiale) magia Disney, ma oggi, tra estremismi woke, calibrate strategie di marketing e remake live action revisionistici, quell’incanto non c’è più…
