In Santa Claus we trust

Dicembre è il mese in cui grandi e piccini aspettano trepidamente il Natale. Miracolo nella 34ª strada veste i panni della commedia, narrandoci delle speranze e delle aspettative di cui si carica questo periodo.

Il film del 1994 diretto da Les Mayfield però non ci deve trarre in inganno. Infatti, è un remake del più vecchio e storico Miracolo nella 34ª strada del 1947 di Geroge Seaton su soggetto di Valentine Davies. Come ogni remake è reso, per tematiche e scene, più attuale.

Grazie al suo grande successo, l’edizione del 1994, è diventato un cult e riproposto annualmente dalla televisione contemporanea tra i film di Natale. Tuttavia, è bene tener presente che non è sempre stato così.

Essendo così conosciuto, infatti, invece di andare a riproporre trama e analisi, vorrei parlare un po’ della fortuna e della sfortuna critica al momento dell’uscita.

Miracolo nella 34ª strada del 1994 ha sofferto del successo colossale che negli anni Novanta aveva ancora la versione del 1947 che esisteva ancora ben radicata nell’immaginario delle persone. Sebbene fosse uscito in estate, fu così acclamato dal pubblico da essere riproposto anche durante le feste natalizie. Inoltre, la reale ripresa della parata del Giorno del Ringraziamento di Macy’s del 1946 ha dato avvio a un cine-turismo incredibile sulla 34ª Strada, che perdura ancora oggi.

Il tutto enfatizzato dalla vittoria e dalle nominations ai Premi Oscar e Golden Globe. Edmund Gwenn sembrava aver convinto le giurie della sua interpretazione, così come il soggetto e la sceneggiatura.

Educare il pubblico alla nuova versione, non era per niente facile. Abbiamo testimonianza di ciò dalle parole che la critica cinematografica lascia, all’uscita dalla sala, per questo film.

Su The Washington Post, il giornalista Desson Howe, il 18 novembre 1994 scrive:

Il produttore John Hughes dovrebbe essere grato se la sua versione del 1994 […] rimane nella memoria pubblica per più di 50 giorni. […] il non-gran-miracolo di Hughes, che scricchiola e arranca come il carro più pesante della parata, non sarà più in televisione (o nel suo equivalente informatico) tra mezzo secolo.

Parole molto dure e ben precise. Il critico si è preso la responsabilità di fare una previsione -andando poi più avanti nel testo ponendo l’attenzione anche sulla “resa lenta ed esagerata”- che purtroppo per lui, oggi non si dimostra così realizzata.

Più morbido, e potremmo dire scientifico, si mostra Robert W. Welkos nel Los Angeles Times, che nell’articolo del 22 novembre del 1994, facendo una semplice analisi del debutto al botteghino definendolo ” dreadful” (spaventoso, orrribile, terribile) con meno di 3 milioni di dollari.

Non tutti i critici però si sono mostrati così scettici. Nello show Sneak Previews il critico cinematografico Michael Medved nella puntata del 24/11/1994 (disponibile su YouTube) intuisce come questo film sarà il nuovo classico che la società consumistica americana stava aspettando.

La situazione odierna rispecchia la precedente. Ci sono critici che elogiano Miracolo nella 34ª strada come uno dei più grandi film di Natale (per esempio Chris Olson nel 2015 in UK film Review), altri invece che non possono assolutamente vederlo.

Io voglio riconoscere che questo film è stata una buona attualizzazione di quanto già fatto nel 1947. La società dei consumi degli anni Novanta di New York City – per forza di cose diversa da quella degli anni Quaranta (all’indomani della Seconda Guerra Mondiale) – viene descritta in maniera impeccabile.

Dalla scena iniziale fino alla conclusione con il primo piano sull’anello di Cartier e l’analisi degli spazi della nuova casa. Un cerchio che si apre e si chiude coerentemente. Babbo Natale non può che far parte di questa realtà. Tuttavia, è come se John Hughes non si accontentasse di questo. Comunque nel suo lavoro è presente quella magia di fondo cui si dovrebbe credere per rimanere bambini e farsi stupire dal mondo.

È l’eterna lotta tra una società materialistica e una società ideale fatta di valori e di meraviglia. Ben sintetizzabile dall’ “In God we trust” (Crediamo in Dio) giocando un po’ con la banconota americana che sembra risvegliare la mente del giudice. Se nel 1947 però era per “ricoverarsi” dal trauma della guerra e dalla bruttezza dell’uomo, negli anni Novanta non può che prendere una piega ben diversa.

Sono d’accordo con Howe quando parla di scene lente, probabilmente il tutto sarebbe potuto durare un’ora e trenta, ma a quel punto credo ci sarebbe stata una scelta registica diversa e cioè quella solo del raccontare la storia e non indugiare sugli scorci natalizi di New York City come il Rockefeller Center. Un’esperienza forse incompleta.

Per concludere, Miracolo nella 34ª strada nelle sue diverse versioni, rappresenta il racconto di un’epoca molto lunga e culturalmente difficile da sintetizzare. Tuttavia, legata dal filo rosso che accomuna ogni periodo storico e ogni uomo: la ricerca dell’altrove, del magico e dello stupore.