Julia Ducournau è indubbiamente un nome che negli ultimi anni non è passato inosservato all’interno del panorama cinematografico mondiale. Al punto da arrivare ad aggiudicarsi la tanto ambita Palma d’Oro al Festival di Cannes 2021 con Titane.
Una Palma d’Oro del tutto inaspettata, se non altro perché capita di rado che un film di genere possa essere insignito di un riconoscimento di tale portata (così è stato, ad esempio, anche per l’ottimo Scappa – Get out – diretto da Jordan Peele e che è stato addirittura nominato all’Oscar per la Miglior Sceneggiatura – ma questa è un’altra storia). Così, dunque, anche il conferimento della Palma d’Oro a Titane, opera seconda della Ducournau, ha fatto parlare di sé soprattutto per il fatto che a essere stato premiato sia un film di genere, seppur con connotazioni universali e che tratta tematiche molto più complesse e stratificate di quanto inizialmente possa sembrare.
Un premio meritato? Anche in questo caso, il discorso è ben più complesso.

Alexia (impersonata da una straordinaria Agathe Rousselle) ha avuto, da bambina, un grave incidente automobilistico, in seguito al quale le è stata impiantata in testa una placca in titanio. Una volta diventata adulta, inizia a lavorare come ballerina presso un motor show (la ragazza ha sempre avuto un’attrazione morbosa per le automobili).
Lontano dal lavoro, tuttavia, la giovane diviene particolarmente violenta e uccide brutalmente chiunque abbia modo di incontrarla.
Ricercata per omicidio e sorprendentemente incinta proprio di una macchina, deciderà di fingersi un ragazzo, assumendo le sembianze di un bambino scomparso molti anni prima e il cui identikit le assomiglia incredibilmente. L’incontro con il padre di lui (un ottimo Vincent Lindon), tuttavia, cambierà completamente la sua vita.

Tematiche come l’accettazione di sé stessi e del proprio corpo, uno spesso traumatico percorso verso la consapevolezza di sé e – non per ultima – l’importanza degli affetti e dei legami famigliari sono le vere colonne portanti del presente Titane (proprio come era stato, d’altronde, in Raw, l’opera prima delle Ducournau). Tematiche universali e per nulla facili da trattare senza scivolare in una pericolosa retorica.

Julia Ducournau, dal canto suo, ce la mette davvero tutta per evitare che ciò accada: il suo singolare e del tutto soggettivo approccio registico (dai chiari rimandi al cinema di David Cronenberg) e la sua predilezione per dettagli sanguinolenti (come possiamo notare già da una delle primissime scene, in cui a una Alexia ancora bambina viene impiantata la placca di titanio) – oltre, ovviamente, a una riuscita e accattivante ambientazione cyberpunk (con tanto di scena clou in cui durante un massacro a fare da buon contrappunto sono le note di Nessuno mi può giudicare, della nostra Caterina Caselli) si sono rivelate fin dal principio delle soluzioni vincenti.
Eppure, nella seconda parte del lungometraggio, la musica cambia.

Una volta che la protagonista sembra aver iniziato a tutti gli effetti una nuova vita, l’intero lungometraggio si concentra quasi esclusivamente sul dramma personale, esaminando sotto la lente d’ingrandimento il rapporto padre/figlio e rivelandosi, al contempo, eccessivamente discontinuo. Quasi come se la regista stessa non sapesse come continuare ciò che aveva iniziato in modo alquanto promettente.

Proprio questa incertezza di intenti è il vero tallone d’Achille di Titane. Un’incertezza d’intenti che penalizza un’opera (e una regista) indubbiamente coraggiosa e che non ha paura di osare, di andare oltre. Peccato, ma – chissà – forse, un domani la Ducournau riuscirà a trovare una propria, ben marcata direzione, a non perdersi più in un bicchiere d’acqua, a maturare definitivamente. Questo, almeno, è quello che ci auguriamo tutti. Le carte in regola indubbiamente ci sono.