Forse le forme sinuose del violino raffigurano al meglio l’idea della musica colta che, tra classicismi e sperimentazioni, è riuscita ad attraversare i secoli, passando dall’élite delle corti al popolo di YouTube. Con La Mélodie il regista algerino Rachid Hami racconta il potere benefico esercitato dallo strumento a corde nato nel Cinquecento, ma non riesce a imboccare la strada del rinnovamento e si incastra in un meccanismo arrugginito dal tempo.
Fin dalle prime inquadrature de La Mélodie è chiaro che il desiderio principale del regista di Choisir d’aimer sia quello di mettere sotto la lente d’ingrandimento le vicissitudini di un adulto introverso e solitario alle prese con adolescenti aggressivi e irrispettosi. Ma lo scontro tra i due mondi non è così acceso come Hami vorrebbe far intuire attraverso la sceneggiatura curata a sei mani, a causa soprattutto di una direzione nebbiosa e povera di slanci.
La sovrabbondanza di chiaroscuri e l’alternanza di dinamiche ridondanti tradiscono lo stile apparentemente asciutto ed essenziale, mentre lo script de La Mélodie non è mai in grado di ispessire le relazioni tra i protagonisti, nonostante la naturalezza dei dialoghi. Se Merad non sembra a proprio agio nei panni di Simon, l’interpretazione di Alfred è l’àncora di salvezza di una pellicola che trova nella colonna sonora firmata da Bruno Coulais la nota più alta.

