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The Dog Stars: Ridley Scott contempla l’apocalisse, ma non trova più nulla da vedere

A ottantotto anni e dopo quasi mezzo secolo di cinema, Ridley Scott continua a comportarsi come se ogni film fosse il primo. Gira molto, gira velocemente, attraversa generi, epoche e sistemi produttivi con un’energia che sembra contraddire qualsiasi idea di tarda carriera. Il problema, semmai, è un altro: non sempre alla necessità di girare corrisponde ancora una necessità dello sguardo. The Dog Stars – Le stelle dopo la fine nasce precisamente dentro questa contraddizione.

Scott possiede ancora l’occhio. Lo dimostrano soprattutto gli spazi del film, in larga parte costruiti attraverso le location dell’Abruzzo, trasformato qui in un’America sopravvissuta alla catastrofe. Montagne, altipiani, strade e territori quasi deserti diventano una frontiera senza civiltà, un paesaggio nel quale la presenza umana sembra ormai un accidente.

È forse la cosa più bella del film: vedere una geografia reale perdere progressivamente la propria identità per diventare uno spazio mentale. L’Abruzzo di Scott non deve necessariamente sembrare America; deve sembrare un mondo nel quale i confini hanno smesso di avere importanza.

Il regista sa ancora fare questo. Sa guardare un paesaggio. Molto meno, stavolta, sembra sapere che cosa farne.

Tratto dall’omonimo romanzo di Peter Heller, The Dog Stars immagina un futuro nel quale una pandemia ha sterminato gran parte dell’umanità. Hig, interpretato da Jacob Elordi, vive in un aeroporto abbandonato insieme al cane Jasper e a Bangley, survivalista armato e pragmatico interpretato da Josh Brolin.

Quando attraverso la radio emerge la possibilità che altrove esista ancora qualcuno, Hig decide di partire. Comincia così un viaggio dentro ciò che resta dell’America e, soprattutto, dentro un immaginario che il cinema contemporaneo ha ormai percorso fino allo sfinimento.

Dopo la fine del mondo non resta che il déjà-vu

Il problema principale di The Dog Stars non è la sua appartenenza a un genere ormai sovraffollato. Il cinema non ha mai avuto bisogno di inventare storie nuove: ha bisogno di trovare nuove forme per guardare storie antiche. Scott, invece, sembra accontentarsi del repertorio.

La città vuota. La natura che riconquista gli spazi della civiltà. Gli uomini diventati predatori. Le armi accumulate come ultima garanzia dell’ordine. Il cane come residuo dell’affettività. La radio che improvvisamente restituisce una voce umana. Il viaggio verso una possibile comunità.

Da Io sono leggenda a The Last of Us, passando per The Road e decine di altre variazioni post-apocalittiche, The Dog Stars attraversa immagini ormai sedimentate nell’immaginario senza riuscire quasi mai a trasformarle.

Scott le dispone. Le fotografa. Le organizza. Ma raramente le interroga. Ed è una differenza decisiva.

Ridley Scott e il cinema diventato mestiere

È forse questo l’aspetto più malinconico del film.
Ridley Scott ha costruito parte della propria grandezza sulla capacità di trasformare lo spazio cinematografico in un problema filosofico.

La Nostromo di Alien non era semplicemente un’astronave: era un organismo industriale nel quale l’uomo scopriva improvvisamente di non essere più al vertice della catena alimentare.
La Los Angeles di Blade Runner non era semplicemente una città futura: era il luogo nel quale diventava impossibile stabilire dove terminasse l’umano e cominciasse la sua riproduzione artificiale.

Persino il deserto di The Martian diventava un territorio nel quale misurare l’intelligenza, la solitudine e la capacità dell’uomo di resistere alla propria insignificanza cosmica.

In The Dog Stars, invece, il paesaggio post-apocalittico è soprattutto un paesaggio post-apocalittico. Bello, certamente, a tratti magnifico e l’utilizzo dell’Abruzzo contribuisce in maniera decisiva a questa forza visiva, ma semanticamente rimane quasi inerte.

Scott continua a possedere una straordinaria capacità di costruire immagini, eppure sembra sempre meno interessato a chiedersi che cosa quelle immagini significhino. È un paradosso affascinante: uno dei grandi creatori dell’immaginario cinematografico contemporaneo sembra ormai prigioniero dell’immaginario che egli stesso ha contribuito a costruire.

Jacob Elordi: il vuoto al centro dell’inquadratura

Poi c’è Jacob Elordi. Ed è qui che The Dog Stars incontra il suo problema più evidente.

Hig dovrebbe essere il centro emotivo del film. È un uomo sopravvissuto alla perdita della moglie, della società e praticamente dell’intero mondo conosciuto. Porta dentro di sé un lutto enorme e, contemporaneamente, conserva qualcosa che Bangley sembra avere definitivamente perduto: la possibilità di credere ancora negli altri.

È un personaggio che richiederebbe interiorità. Elordi gli offre soprattutto presenza fisica. Il problema non è che reciti “poco”. Il cinema è pieno di interpretazioni gigantesche costruite attraverso la sottrazione. Il problema è che dietro questa sottrazione non sembra esserci quasi nulla.

Lo sguardo rimane spesso identico. Le pause non diventano pensiero. Il silenzio non produce tensione. Il dolore raramente sembra depositarsi nel corpo. Elordi attraversa il film con una fissità che vorrebbe essere malinconia e finisce troppo spesso per assomigliare semplicemente a inespressività.

Scott insiste sul suo volto, probabilmente cercando un paesaggio interiore. Ma la macchina da presa continua a bussare e nessuno sembra aprire. Ed è particolarmente evidente quando nell’inquadratura entra Josh Brolin.

Josh Brolin dimostra quanto manca al protagonista

Josh Brolin possiede esattamente ciò che manca a Elordi: peso.

Il suo Bangley non è certo uno dei personaggi più complessi della carriera dell’attore. È l’archetipo perfettamente riconoscibile del sopravvissuto che ha sostituito la fiducia con il controllo e la paura con un arsenale. Eppure Brolin riesce continuamente a suggerire qualcosa dietro la superficie. Un gesto. Un’esitazione. Una battuta pronunciata mezzo secondo prima o mezzo secondo dopo rispetto a quanto ci aspetteremmo. Basta questo.

Quando Brolin ed Elordi condividono l’inquadratura, la sproporzione diventa quasi crudele. Da una parte un attore capace di far intuire una biografia anche restando fermo; dall’altra un interprete al quale il film affida continuamente primi piani che raramente riescono a restituire qualcosa oltre la fotogenia.

Il problema diventa strutturale perché The Dog Stars chiede allo spettatore di aderire emotivamente a Hig, ma un film può raccontare la fine del mondo soltanto se ci interessa l’uomo rimasto a guardarla.

Qui quell’uomo rimane sorprendentemente distante.

Jasper e l’affetto che il film non sa costruire

Non è casuale che alcune delle sequenze emotivamente più immediate siano quelle legate a Jasper. Il cane rappresenta l’ultimo frammento di una vita precedente, qualcosa che non appartiene alla logica della sopravvivenza, ma a quella dell’affetto.

Eppure anche qui emerge uno dei limiti del film: The Dog Stars sembra conoscere teoricamente tutti i propri nuclei emotivi senza riuscire sempre a trasformarli in esperienza cinematografica.

Sappiamo che Hig soffre. Sappiamo che Hig ricorda. Sappiamo che Hig ha bisogno di tornare a credere nell’esistenza degli altri, ma troppo spesso lo sappiamo perché il film ce lo comunica, non perché lo percepiamo davvero.

È la differenza tra raccontare un sentimento e produrlo attraverso il cinema.

Margaret Qualley e un film che vuole improvvisamente diventare sentimentale

L’arrivo di Margaret Qualley, nei panni di Cima, sposta ulteriormente il baricentro. Scott sembra progressivamente disinteressarsi alla componente survivalista per cercare qualcosa di più intimo: la possibilità che dopo l’apocalisse possa sopravvivere non soltanto l’uomo, ma il desiderio.

L’intuizione sarebbe persino interessante. Dopo aver distrutto il mondo, The Dog Stars vorrebbe raccontare la difficoltà di ricominciare ad abitarlo. Ma anche questa relazione rimane più postulata che vissuta.

Qualley possiede una vulnerabilità inquieta che il film sfrutta soltanto parzialmente. Il rapporto con Hig dovrebbe diventare il punto nel quale due solitudini smettono lentamente di essere tali; invece la sceneggiatura procede troppo rapidamente verso una funzione romantica riconoscibile. Il sentimento arriva prima che il film abbia costruito davvero l’intimità.

E così persino la speranza, che dovrebbe costituire il vero controcampo dell’apocalisse, finisce per sembrare un passaggio obbligato della sceneggiatura.

Un western senza frontiera

Eppure Scott sembra sapere esattamente quale film vorrebbe realizzare. The Dog Stars è, in fondo, un western. L’aereo sostituisce il cavallo. L’aeroporto diventa il fortino. Gli spazi selvaggi ritornano territori da attraversare.

Le comunità umane sono piccoli avamposti separati da un universo nuovamente ostile. E Bangley appartiene chiaramente alla genealogia dell’uomo della frontiera che sa che ogni sconosciuto potrebbe essere un nemico.

Da questo punto di vista, la scelta dell’Abruzzo diventa ancora più interessante. Le montagne e gli altipiani assumono la funzione che il western attribuiva alla frontiera: non semplice sfondo, ma territorio morale nel quale ogni spostamento implica un rischio.

Il problema è che il western nasce precisamente dalla tensione tra spazio e morale: attraversare una frontiera significa ridefinire continuamente ciò che separa civiltà e barbarie. In The Dog Stars questa tensione rimane sorprendentemente elementare.

Gli uomini cattivi sono cattivi. Gli uomini buoni cercano ancora qualcosa. La violenza arriva, esplode e scompare.

Il film solleva continuamente questioni — cosa resta dell’etica quando scompare la società? È ancora possibile fidarsi? Sopravvivere significa necessariamente diventare violenti? — senza mai concedere loro abbastanza spazio per diventare davvero cinema.

Il problema non è che Ridley Scott abbia 88 anni

Sarebbe troppo semplice leggere The Dog Stars attraverso l’età del suo regista. Anzi, la produttività di Scott rimane impressionante e la sua capacità tecnica è tutt’altro che scomparsa.

Il punto è un altro.
Scott sembra essere entrato da tempo in una fase nella quale girare è diventato più importante che interrogare ciò che gira. Film dopo film, progetto dopo progetto, continua a dimostrare una padronanza industriale quasi irripetibile. Ma quella velocità sembra talvolta impedire alle immagini di sedimentare.

The Dog Stars possiede così una strana qualità: sembra contemporaneamente il film di un grande regista e quello di un regista qualsiasi. Ogni tanto un’inquadratura, un paesaggio, una luce o un movimento di macchina ricordano improvvisamente chi si trova dietro l’obiettivo. Poi il film ricade nella propria normalità. Ed è forse questa intermittente memoria della grandezza a renderlo più deludente.

The Dog Stars e l’apocalisse senza vertigine

Il cinema post-apocalittico funziona quando la fine del mondo produce una vertigine. Non importa che sia politica, filosofica, religiosa o semplicemente emotiva. Qualcosa deve cambiare nel nostro modo di guardare l’uomo. In The Dog Stars cambia pochissimo.

La civiltà scompare, ma l’immaginario resta intatto. La pandemia ha distrutto quasi tutto, eppure il film continua a ragionare attraverso categorie narrative perfettamente familiari: il survivalista, il solitario ferito, il cane fedele, la comunità nascosta, l’amore possibile, gli uomini violenti.

Non c’è scandalo. Non c’è vera inquietudine. Non c’è scoperta. C’è soprattutto riconoscimento. E il riconoscimento è forse la forma più rassicurante — e meno interessante — dell’apocalisse.

Un film mediocre, ed è quasi peggio di un fallimento

The Dog Stars non è un disastro. Ed è proprio questo il problema.

È girato con competenza, contiene alcune immagini notevoli, dispone di attori eccellenti come Brolin, Qualley e Guy Pearce e conserva qua e là la capacità di Scott di dare improvvisamente grandezza a uno spazio.

L’Abruzzo, soprattutto, gli consegna un paesaggio magnifico: selvaggio senza essere esotico, monumentale senza diventare artificiale. È probabilmente l’interprete più convincente del film. Ma tutto sembra fermarsi un istante prima di diventare necessario.

La regia è professionale quando dovrebbe essere visionaria. La sceneggiatura è funzionale quando dovrebbe essere dolorosa. L’apocalisse è spettacolare quando dovrebbe essere perturbante. E Jacob Elordi, chiamato a sostenere quasi interamente il peso emotivo dell’opera, offre una prova sorprendentemente povera, monocorde e incapace di trasformare il trauma di Hig in presenza cinematografica.

Rimane allora una domanda inevitabile. Che cosa distingue The Dog Stars dalle decine di racconti sulla fine del mondo che lo hanno preceduto? Molto poco. Forse soltanto Ridley Scott. E per un film di Ridley Scott è davvero troppo poco.

FAQ su The Dog Stars – Le stelle dopo la fine

Di cosa parla The Dog Stars?

Il film è ambientato dopo una pandemia che ha sterminato gran parte dell’umanità. Hig, un pilota sopravvissuto insieme al cane Jasper e al survivalista Bangley, intercetta un segnale radio che potrebbe indicare la presenza di altri esseri umani e decide di partire alla loro ricerca.

The Dog Stars è tratto da un libro?

Sì. Il film è tratto dal romanzo The Dog Stars dello scrittore statunitense Peter Heller, pubblicato nel 2012.

Chi interpreta il protagonista di The Dog Stars?

Il protagonista Hig è interpretato da Jacob Elordi. Nel cast figurano inoltre Josh Brolin, Margaret Qualley, Guy Pearce, Allison Janney e Benedict Wong.

Dove è stato girato The Dog Stars?

Una parte importante delle riprese di The Dog Stars è stata realizzata in Abruzzo, i cui paesaggi vengono trasformati nel film negli spazi dell’America post-apocalittica. La produzione ha lavorato anche in altre location italiane e a Cinecittà.

Quanto dura The Dog Stars?

The Dog Stars – Le stelle dopo la fine dura circa 118 minuti.

Quando è uscito The Dog Stars in Italia?

Il film è uscito nelle sale cinematografiche italiane il 26 agosto 2026.

The Dog Stars è un film di fantascienza?

Sì, ma utilizza soprattutto gli elementi del cinema post-apocalittico, del survival movie e del western. La fantascienza costituisce il contesto attraverso il quale Scott affronta la solitudine, la sopravvivenza e la possibilità di ricostruire rapporti umani dopo la catastrofe.

Chi è Ridley Scott?

Ridley Scott è un regista e produttore britannico, tra i cineasti che hanno maggiormente influenzato l’immaginario della fantascienza e del cinema spettacolare contemporaneo.

Quali sono i film più importanti di Ridley Scott?

Tra le opere fondamentali della sua filmografia figurano Alien, Blade Runner, Thelma & Louise, Il gladiatore, Black Hawk Down, Le crociate – Kingdom of Heaven e The Martian.

Ridley Scott aveva già diretto film di fantascienza prima di The Dog Stars?

Sì. La fantascienza costituisce una componente fondamentale della sua carriera. Alien e Blade Runner sono considerati due capisaldi del genere, ai quali si sono aggiunti successivamente titoli come Prometheus, Alien: Covenant e The Martian.

Perché Ridley Scott è importante nella storia del cinema?

Scott ha contribuito in maniera decisiva alla costruzione dell’estetica della fantascienza moderna. In particolare, Alien e Blade Runner hanno influenzato profondamente il modo in cui il cinema successivo ha rappresentato lo spazio, la tecnologia, il futuro e il rapporto tra essere umano e macchina.

The Dog Stars è uno dei migliori film di Ridley Scott?

No. Pur conservando la grande competenza visiva del regista, The Dog Stars appare come un’opera minore e sostanzialmente mediocre nella sua filmografia: un film tecnicamente solido ma privo della forza teorica e iconografica delle opere migliori di Scott.

Qual è il principale difetto di The Dog Stars?

La sensazione di déjà-vu. Il film utilizza numerosi archetipi ormai consolidati del racconto post-apocalittico senza riuscire a rinnovarli davvero. A questo si aggiunge una prova molto debole di Jacob Elordi, incapace di dare al protagonista la profondità emotiva necessaria.

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