Cabiria magazine

L’amore per il teatro in cinque film italiani

Raccontare storie, evocare emozioni e coinvolgere il pubblico sono gli obiettivi che condividono il mondo del cinema e quello del teatro.

Nonostante le due arti si esprimano attraverso tecniche e linguaggi differenti, hanno molto in comune. La loro correlazione è un intreccio continuo di influenze reciproche, si arricchiscono a vicenda. Portano nuove rappresentazioni della realtà. Si fondono e confondono, sperimentando.

In occasione della Giornata Internazionale del Teatro, noi di Cabiria Magazine celebriamo il connubio cinema-teatro con cinque film italiani da vedere se si amano profondamente entrambe le arti.

Polvere di stelle (1973) di Alberto Sordi

Di e con l’Albertone nazionale, Polvere di stelle è una commedia amara che mette al centro del racconto la difficoltà di vivere in un mondo che, spesso, non riconosce la vera essenza della creatività.

Pur mantenendo un tono ironico e divertente, la pellicola è una riflessione intelligente e coinvolgente sullo spettacolo, sul sogno di gloria e sul prezzo che gli artisti sono disposti a pagare per raggiungere il successo. In una combinazione perfetta tra umorismo e dramma, il film tratta temi ancora oggi attuali, come la solitudine, l’illusione e il desiderio di realizzazione. Questo fa sì che nonostante siano passati cinquant’anni dalla sua uscita nelle sale, Polvere di stelle continui a essere un’opera di rilievo del cinema italiano.

I protagonisti della storia sono due attori, marito e moglie, Mimmo Adami (Alberto Sordi) e Dea Dani (Monica Vitti), che lavorano insieme in una compagnia teatrale in declino. Incarnano alla perfezione il mondo dell’avanspettacolo nel periodo di guerra…tirano a campare. Tra alti e bassi, delusioni e aspirazioni infrante, cercano di portare avanti la loro carriera artistica. Il titolo stesso, “Polvere di stelle“, suggerisce l’idea di un sogno che brilla intensamente, ma che finisce per dissolversi.

Il film è un viaggio attraverso le illusioni di gloria e fama che non sempre corrispondono alla realtà. Ma anche una preziosa cartina tornasole dell’Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. Soprattutto per la prima parte, viene accostato a Roma di Fellini e, certamente, non puo’ reggere il confronto.

Però, grazie anche alle talentuose penne di Ruggero Maccari e Bernardino Zapponi, la sceneggiatura prosegue con una propria e interessante identità che hanno reso celebre questa pellicola. Impossibile non rimanere colpiti dalle strepitose interpretazioni di Sordi e della Vitti, la quale grazie a questa prova, ha vinto anche un David di Donatello. Indimenticabili le musiche di Piero Piccioni.

Turnè (1990) di Gabriele Salvatores

Turné è un film che si distingue per la sua capacità di raccontare la vita e l’arte con sensibilità e realismo, facendo riflettere lo spettatore sull’importanza di restare fedeli a se stessi, anche di fronte alle difficoltà e alle sfide.

Gabriele Salvatores, come di consueto, ha il dono di utilizzare la commedia per mettere in scena sentimenti e temi profondi: l’amicizia, l’amore, la passione per il proprio lavoro.
Turné tratta argomenti a lui cari, come l’on the road, i trentenni allo sbando, i legami umani.  Con il tocco che lo contraddistingue, il regista napoletano porta sullo schermo un vivace realismo con una buona dose d’ironia e di freschezza narrativa.

Al centro della storia c’è un triangolo amoroso. Dario (Diego Abatantuono) e Federico (Fabrizio Bentivoglio) sono due amici dai tempi della scuola e fanno gli attori. Partono dalla Puglia alla volta della Romagna portando in scena Il giardino dei ciliegi di Anton Cechov. Federico sta attraversando un momento di crisi dovuto principalmente al fatto di avere problemi con Vittoria (Laura Morante), la sua compagna.  Dario cerca di tirarlo su, ma per evitare di farlo soffrire, gli tiene nascosta la verità: è stato lui a “rubargli” la donna. Improvvisamente, però, Vittoria decide di raggiungerli e confessa loro di amarli entrambi, con la situazione che prende una piega inaspettata.

Turné è un film dai toni intimisti, il secondo della “trilogia della fuga” di Salvatores ( segue Marrakech express e precede Mediterraneo) che regala al pubblico delle grandi interpretazioni e delle grandi emozioni. Mostra la faticosa vita dei teatranti, perennemente in viaggio, su e giù per la penisola, che passano quasi più tempo in macchina che in scena. Ma anche il potere dei legami. Memorabile la colonna sonora che è perfetta per suggellare il racconto di questa amicizia tra palco e realtà.

Qui rido io (2021) di Mario Martone

Qui rido io è un film biografico che celebra l’arte teatrale e il ruolo degli artisti nella società, ma anche le difficoltà personali e professionali che accompagnano chi sceglie questa strada.
Il protagonista della storia è Eduardo Scarpetta, magistralmente interpretato da Toni Servillo. Grazie alla sapiente regia di Martone, il film riesce a restituire un ritratto autentico e coinvolgente di questo grande uomo di teatro e della sua epoca.  

Scarpetta è un attore e regista che, nel contesto della Napoli di fine Ottocento, riesce a conquistare un pubblico vasto grazie alla sua interpretazione di commedie dialettali, ma allo stesso tempo vive un conflitto interiore tra il desiderio di diventare un artista serio e l’attaccamento alla sua popolarità.  Eduardo si barcamena tra il palcoscenico e una complessa famiglia composta da moglie, amanti, figli legittimi e illegittimi, tra cui Eduardo, Titina e Peppino… Quelli che diventeranno poi i famosi fratelli De Filippo.

La sua vita fatta di successi e ricchezza, comincia ad andare in frantumi quando decide di mettere in scena una parodia di La figlia di Iorio di Gabriele D’Annunzio. Inizialmente, il vate è accondiscendente nei confronti di Scarpetta e si mostra molto divertito dalle sue trovate. Non gli firma, però, nessun accordo scritto e gli concede solo un ambiguo assenso verbale. Poco dopo lo porterà in tribunale denunciandolo per plagio.

Rivendicando il proprio diritto alla satira, Scarpetta ridicolizza il sommo poeta e si mette in tasca la vittoria. Nonostante questo, però, il comico napoletano si sente in fondo al viale del tramonto e si ritira dalle scene. La sua eredità da teatrante, comunque, andrà avanti. I fratelli De Filippo diventeranno i più importanti attori napoletani del XX secolo, ed Eduardo in particolare, diverrà uno dei più influenti commediografi del mondo.

Qui rido io è un vero gioiello. Un’opera che esplora temi universali come la lotta per il riconoscimento, il rapporto con il pubblico e la ricerca dell’autenticità in un mondo che spesso premia la superficialità. Ma soprattutto, è un grande tributo al teatro. Martone con uno stile raffinato e una narrazione profonda, celebra e onora la cultura napoletana e la figura dell’artista che, nonostante le sue fragilità e i suoi fallimenti, continua a cercare di conquistare il suo posto nella storia.

I fratelli De Filippo (2021) di Sergio Rubini

Il film è un omaggio alla carriera e al grande talento di Peppino, Titina ed Eduardo. Un’opera che indaga sulle dinamiche familiari e sui conflitti di questi tre fratelli che hanno fatto la storia del teatro nazionale e mondiale. 
Sergio Rubini racconta con passione e certosina devozione, la storia dei tre figli non riconosciuti di Eduardo Scarpetta, il più famoso comico, drammaturgo e attore della Napoli di fine ottocento.

La pellicola si concentra sulla figura di Eduardo De Filippo (Mario Autore) e racconta la sua vita insieme ai suoi fratelli, in particolare l’amicizia e la competizione tra lui e Peppino (Domenico Pinelli) e il rapporto con la sorella Titina (Anna Ferriori Ravel). Il film ci porta nel cuore della Napoli degli anni ’40 e ’50, esplorando le difficoltà economiche, i sacrifici e le ambizioni che hanno accompagnato la carriera dei tre fratelli. Il teatro diventa un elemento di unione, ma anche di conflitto. Rubini si sofferma sul contesto in cui i De Filippo si sono fatti strada, sul loro rapporto con Scarpetta (Giancarlo Giannini) e sulle loro tensioni personali che li hanno portati a vivere e affrontare la loro carriera in maniera differente.

Con una regia sensibile e un cast di attori brillanti, il film è un omaggio a una tradizione teatrale che ha segnato la storia culturale dell’Italia. Offre anche uno spunto di riflessione sulla lotta per il riconoscimento, la passione per il proprio lavoro e il valore della collaborazione. Sergio Rubini, con I Fratelli De Filippo, enfatizza la sacralità del teatro, mescolando il dramma e la comicità facendo emergere sia il talento che la vulnerabilità di questi artisti unici. Perché il regista, non solo celebra il loro lavoro, ma tutta la tradizione teatrale partenopea.
Un mondo fatto di dialetto, di conoscenza della condizione umana e, naturalmente, di comicità. Il teatro è il mezzo per raccontare le storie del popolo, ma, allo stesso tempo, una terra di crescita individuale.

La stranezza (2022) di Roberto Andò

Vincitrice di quattro David di Donatello, La stranezza è una commedia d’autore che è impossibile non amare. Soprattutto per chi è appassionato di teatro e di letteratura. I fatti raccontati nel film riguardano uno degli autori più importanti che l’Italia abbia mai avuto: Luigi Pirandello. Un intelligente espediente narrativo, fa sì che non sia lui il protagonista della storia e, in perfetto stile pirandelliano, ne La stranezza verità e finzione si mescolano in continuazione. A partire dai personaggi, alcuni davvero esistiti, altri creati dalle penne degli sceneggiatori Roberto AndòUgo Chiti e Massimo Gaudioso.

La nascita dei Sei Personaggi in cerca d’autore viene raccontata nella pellicola attraverso la storia di due bizzarri becchini che nella realtà non sono mai esistiti :  Nofrio ( Valentino Picone) e Bastiano (Salvatore Picarra). Nel 1920, Luigi Pirandello (Toni Servillo ) torna in Sicilia e all’arrivo a Girgenti scopre che la sua amata balia Maria Stella è morta. Al funerale incontra questi due becchini, che oltre ad avere due caratteri sopra le righe, praticano teatro a livello amatoriale.

Sempre più incuriosito dal fascino singolare dei due amici, Pirandello va a spiare le prove della loro farsa in preparazione: La trincea del rimorso, ovvero Cicciareddu e Pietruzzu. Durante lo spettacolo, però, accade un evento imprevisto e la rappresentazione viene interrotta.  Questo episodio permetterà  a Pirandello di dare forma a quella stranezza che aveva in mente da diverso tempo.

Roberto Andò ci regala un’opera che celebra il teatro e che è metateatro al tempo stesso. Grazie all’azzeccatissimo cast e alla cura dei dettagli, il regista ci catapulta in un mondo fatto di maschere e realtà, di ricordi e d’immaginazione in cui emerge un grande amore per il palcoscenico e per la scrittura. Ficarra e Picone hanno una grande alchimia sul grande schermo e brillano in questi ruoli tragicomici, dando vita alla loro miglior prova attoriale. Servillo è oramai una garanzia di qualità e talento, ma è sorprendente e divertente vederlo recitare in questo improbabile terzetto. Tra i tre c’è una sintonia perfetta che è il vero cuore pulsante del film.

La stranezza è un’opera speciale e unica nel suo genere, una grande prova autoriale che conferma il talento di Andò dietro la macchina da presa ed è la dimostrazione che il cinema italiano è tutt’altro che morto.

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