Una storia vera (o, dal cognome del protagonista, in originale The Straight Story, “la storia di Straight”) non mette in scena nani che ballano, orrorifici clochard che dispensano scatoline blu, né donne che danzano su un palco dietro un termosifone, eppure reca comunque la firma di David Lynch.
Suscitando quasi uno sconcerto pari, se non superiore, a quello provocato (bigottamente soprattutto al Festival di Venezia dove Velluto Blu fu rifiutato) dai soprusi su pellicola della messianica Isabella Rossellini, “la storia semplice” (nuovamente straight, dal gioco di parole del titolo) di Alvin, ha saputo impareggiabilmente disorientare tanto i detrattori, quanto gli estimatori del cineasta spezzando la coerenza surrealista che intercorre tra il precedente Strade Perdute e il successivo Mulholland Drive.

L’amata periferia lynchiana dagli steccati bianchi e dai giardinetti verdeggianti, che anche in Una storia vera accoglie fin dalle prime immagini lo spettatore, qui inaspettatamente non nasconde alcun orecchio putrescente, bensì è il luogo dove il vecchio e claudicante Alvin (uno strepitoso Richard Farnsworth, star del cinema western tristemente nota per il suicidio immediatamente successivo all’uscita del film) insieme alla figlia Rosie conduce una vita modesta ai margini della società.
Soltanto la chiamata in seguito a un infarto di suo fratello Lyle (Harry Dean Stanton che con una sola scena riesce a catalizzare l’attenzione) lo potrà distogliere dalla monotonia: salendo sul suo tosaerba Alvin attraverserà l’America in paesaggi quasi di fordiana memoria solo per andare a trovare (e riconciliarsi) dopo dieci anni con lui. La storia, surreale perché supera il reale, potrebbe sembrare grottescamente ideata da Lynch, se non fosse tratta da fatti realmente accaduti.
Le strisce stradali che corrono via sotto la rombante macchina in Strade Perdute lasciano il passo, in una ricorrenza visiva non casuale, all’incedere lento e malinconico dell’inarrestabile (quanto improbabile) vettura di Alvin. Gli incontri lungo la strada, invece, non sono quelli anfetaminici di Cuore selvaggio, ma, con l’unica eccezione della lynchiana signora investicervi (che potrebbe tranquillamente prendere un caffè a Twin Peaks con la signora ceppo!), sono squarci di quotidiana, e perciò banale, sofferenza, osservati dagli occhi (spesso inumiditi dai ricordi) di uno stoico anziano con un ultimo compito da svolgere.
Il percorso lento che le immagini compiono al fianco del tosaerba, dissolvendosi l’una nell’altra in transizioni melliflue, e la struggente colonna sonora di Angelo Badalamenti ravvivata da pizzichi di corde country colorano un personaggio meditabondo, dalle azioni ponderate e dalla forza d’animo monolitica. Un uomo che, ricorrendo a un’espressione stereotipa, verrebbe da definire “d’altri tempi” nella sua risolutezza, nell’impenetrabilità emotiva che, aprendosi solo alla sua volontà, lascia esplodere in una straziante tenerezza priva di pietismi (e l’incontro tra i fratelli, trattenuto fino alla commozione, raggiunge la più intimista poeticità).
Tra la rilettura (o dichiarazione d’amore) per gli spazi della frontiera americana e il road movie sotto anestetici, The Straight Story è quasi un corpo estraneo nella filmografia del suo autore. L’avventura di Alvin potrebbe rappresentare una breve epifania, o forse l’ennesimo scherzo artistoide/surrealista nei confronti dei suoi sostenitori, oppure più probabilmente il misogino Lynch, il sadico Lynch, il criptico Lynch si è innamorato (per la seconda volta dopo The Elephant Man) di una storia vera, nuovamente a indagare lo straordinario (qui, però, non malsano come di consueto nella sua poetica) che si cela dietro la normalità.