Proprio come divi e star, il cinema ha saputo cucire su un’ampia varietà di mostri quell’aura capace di ridefinirne l’immagine, rimettendo così in scena Dracula e suo “cugino” il conte Orlock (recentemente uscito dal sarcofago per la terza incarnazione firmata da Robert Eggers), Frankenstein (presto sotto la regia di Del Toro) e sua moglie, ma anche dando vita alle inedite figure di Godzilla, dello Xenomorfo o del mostro della laguna.
Quasi tutti protagonisti al singolare, quali illustri e affascinanti rappresentanti di una categoria di mostruosità che i film hanno saputo (ri)modellare e imporre nell’immaginario mediale tout court, lo zombie, invece, sempre declinato al plurale e, nonostante gli alterni successi, ancora un po’ bistrattato, è probabilmente la figura recentemente più prolifica e prettamente cinematografica.

– Zombie!
La paura fa novanta III, I Simpsons
– Per favore Lisa, preferiscono essere chiamati “viventi svantaggiati”!
Non solo cinema (horror, comedy, young adults, sentimental e chi più ne ha più ne metta), non solo Simpsons e serie tv, gli zombie hanno anche contagiato i videogiochi, i romanzi, i fumetti, il porno fino ad arrivare a pratiche surreali come gli zombie haiku o a quelle performative delle zombie walk. Assurto persino a modello metaforico per la disseminazione spezzettata e virulenta degli universi transmediali contemporanei, la società odierna sembra essere ossessionata da questi morti viventi, il più delle volte senza, però, indagarne i complessi valori semantici che molto spesso portano marcescentemente con sé.
A tale mancanza sopperisce La filosofia di zombie e vampiri. Una nuova vita per i non morti, un volume edito da Mimesis che, grazie al contributo di numerosi studiosi, rimesta nelle profondità delle viscere di queste mostruosità con puntualità analitica, ma senza mai annoiare.
L’origine del morto vivente
Come ben sottolinea il libro curato da Greene e Silem Mohammad, il prototipo di morto vivente risale al già menzionato Dracula che, fin dall’inchiostro di Bram Stocker nel 1897, riassume in sé per la prima volta l’ossimorica (e apparentemente inconciliabile) contraddizione della compresenza della vita e della morte: né del tutto vivo, né del tutto morto, il conte condensa quell’orrore dell’assenza che si fa perturbantemente presenza.
Ma se i vampiri, rinchiusi nei loro castelli dai pinnacoli gotici (o peggio, nelle lussuose ville radical chic della periferia americana come in Twilight), sono il più delle volte raffinati, seducenti e sofisticati, lo zombie espone, esacerbandola visivamente, tutta la sua connotazione mortifera, presentandosi al tempo stesso come memento mori, come cinica e ripugnante rappresentazione della società e come abbrutimento dovuto alla ricerca della sola autogratificazione.
Come è noto, però, la figura del morto che cammina proviene ancor prima dalla tradizione dei rituali voodoo haitiani che, secondo la leggenda, venivano eseguiti da un boko (un sacerdote avvezzo alla magia nera) che, richiamando in vita una persona, la rendeva suo schiavo. Soggetto inizialmente di racconti, la figura sonnambolica e allucinata del morto vivente viene poi introdotta nel cinema nel 1932 con L’isola degli zombies di Victor Harperin, pellicola in cui a ricoprire il ruolo del fattucchiere è la leggendaria maschera del cinema di genere Bela Lugosi.
Lo zombie secondo Romero
Nel 1968 (il Sessantotto, coincidenze?) é George Romero a rivoluzionare integralmente la figura dello zombie con il primo dei suoi capolavori La notte dei morti viventi. Aggiungendo progressivamente nuove sfumature con i successivi film, il leggendario autore (inevitabilmente al centro della maggior parte delle dissertazioni presenti nei saggi) mostra per la prima volta esseri in putrescenza resuscitati inspiegabilmente (o a causa di un virus) dall’oltretomba per addentare e trasformare ogni essere umano in circolazione.
La tragedia e l’orrore che tramite i protagonisti riverberano nello spettatore sono innescati non tanto dalla classica paura di morire (ed è già qui un primo colpo di genio!), quanto piuttosto dal terrore di essere poi tramutati in quegli stessi mostri privi di anima e coscienza. Un motivo di lì in avanti sempre presente, difatti, è proprio quell’incontenibile timore di essere contagiati (divenendo, così, letali per i propri cari) che viene esacerbato attraverso il pregresso riconoscimento nelle orde delle persone innocenti che questi mostri una volta erano; non solo masse indiscriminate, quindi, ma anche costumi e personaggi ben riconoscibili.
A distanza di dieci anni (cadenza che diventerà pressoché una regola per la filmografia zombiana di Romero, quasi a voler sondare il polso della società a ogni decade) con l’uscita di Dawn of the Dead il regista assesta una pungentissima critica al consumismo imperante dell’America (e non solo).
Prevalentemente ambientata in un gigantesco e luminescente centro commerciale, infatti, la pellicola non solo vede tanto i protagonisti (alla ricerca di un posto sicuro), quanto i famelici zombie gongolarsi tra le merci luccicanti, ma crea anche una perfetta metafora del morto vivente come consumatore estremo, istupidito alla ricerca della superficiale gratificazione proveniente dall’acquisto compulsivo.
Come puntualizza Matthew Walker nel suo contributo, la critica di Romero non risulta mai nichilista, né cinica, bensì malinconica perché «sebbene gli zombie ci inorridiscano, essi sono creature tristi, anime perdute condannate a vagare per un centro commerciale alla ricerca di una soddisfazione inconsistente».
Proseguendo allargando la focalizzazione, a un livello ancor più macroscopico, in La filosofia di zombie e vampiri si mette in risalto anche la continua contrapposizione tra civilizzazione e pura istintività primordiale, società e anarchia e, di conseguenza, rinuncia individualista e ricerca di comunitarismo presente all’interno delle narrazioni sui morti viventi.
Ancora una volta tradizione introdotta da Romero (ma poi assurta a mantra in The Walking Dead che, con alterne fortune, dal fumetto l’ha ciclicamente riproposta in ben undici stagioni televisive, in numerosi spin-off e in qualche videogioco) gli zombie mettono in scena la progressiva disgregazione di ogni forma di comunità a causa dell’insorgere di individui mostruosi in cui a prevalere sono gli istinti repressi (condensati in quel morso in cui eros e thanatos si confondono).
In tale polarizzazione gli ultimi brandelli di civilizzazione sono in tensione tra il solitario, ma meno pericoloso, girovagare e la ricerca spasmodica di un approdo sicuro all’interno del quale poter ricomporre una società partendo sempre dalla micro-unità familiare.
Lo zombie nella commedia
Tornando alla distinzione tra zombie e vampiri, nel volume Manuel Vargas cerca, invece, di dimostrare ontologicamente come, in fondo, al contrario di quest’ultimi i morti viventi non siano perfidamente malvagi. Non avendo reali moventi nocivi, se non quello del tutto naturale di doversi nutrire di una dieta a base di pulsanti cervelli umani, non ci sono motivi per reputarli tali e, anche per questo, sono spesso inscindibilmente correlati ad altrettanto irrazionali virus.
Allo stesso tempo, ragionare sulla “bontà” di fondo degli zombie rende maggiormente comprensibile quell’ondata di contenuti mediali dell’ultimo decennio in cui i famelici azzannatori si prestano perfettamente a spassose commedie o riletture a tinte teen (L’alba dei morti dementi, la coppia di Benvenuti a Zombieland, iZombie e Santa Clarita Diet, solo per citarne alcuni).
Le prospettive di analisi di La filosofia di zombie e vampiri. Una nuova vita per i non morti sono tanto ricche da non potersi certamente esaurire in un breve articolo: tra parallelismi che assimilano i morti viventi agli androidi dickiani (e poi scottiani), richiami alla Politica di Aristotele e, come da titolo, anche una nutrita disamina sulla figura del vampiro, il volume risulta un lauto pasto che renderà ancor più appetitoso il cervello per gli zombie che lo mangeranno.