Diciamolo pure che se non ci fossero le donne non ci sarebbero le storie d’amore e se non ci fossero le storie d’amore non ci sarebbe neanche il cinema il quale ha la sua ragion d’essere anche proprio nelle storie d’amore che da sempre ha raccontato con successo di pubblico nei due generi designati del melodramma e del sentimentale.
Le figure femminili prevalenti nei generi citati sono di fatto presenti in tutti i film anche di guerra oppure di fantascienza, figure evocate o sognate o ricordate e questo a conferma della convinzione “tristezza infinita dei film senza donne” espressa da un regista come Truffaut il quale nella vita e nell’arte le donne le amava davvero tutte.
Un fatto certo è che ad amare il cinema sono soprattutto le donne le quali vedono in esso una compensazione a una esistenza grigia e ripetitiva da cui le aiutano ad evadere in maniera illusoria le storie che sul grande schermo materializzano i sogni da loro nutriti grazie ai processi psichici di proiezione e di identificazione che si attivano durante la visione dei film .

Questa dinamica è stata mostrata dallo stesso cinema in opere autoriflettenti come La rosa purpurea del Cairo girato da Woody Allen nel 1985 dove l’eroe esce dallo schermo per portar via con se la giovane spettatrice insoddisfatta della sua esistenza quotidiana oppure come Questa è la mia vita girato da Jean-Luc Godard nel 1962 dove vediamo la giovane Nanà piangere davanti alle immagini che mostrano sullo schermo i primi piani sofferenti di Giovanna d’Arco nel film di Dreyer ad essa dedicato.
Dentro lo schermo le donne hanno visto una indubbia evoluzione della loro immagine da creature funzionali all’uomo a soggetti autonomi emancipati dal dominio maschile. Per utilizzare le categorie formulate dal fondatore della psicologia analitica Carl Gustav Jung possiamo dire che nel cinema l’animus maschile e l’anima femminile si sono sempre più contaminati in ruoli quasi equivalenti almeno rispetto alla differenza tradizionale.
Ecco dunque uomini sempre più sensibili e donne sempre più volitive in direzione di un riequilibrio collaborativo tra le due dimensioni prima considerate in termini conflittuali, quella dell’eros e quella del logos. Ecco allora l’apparizione di nuove eroine come la coraggiosa astronauta protagonista di Alien ( Ridley Scott, 1979) impersonata da Sigurney Weaver o come la Sposa vendicatrice di Kill Bill ( Quentin Tarantin, 2004) incarnata da Uma Thurman, ma ecco anche, fuori della logica dello star-system hollywodiano un personaggio molto più credibile come l’impiegata in uno studio legale che riesce a far condannare una ditta che ha inquinato le falde acquifere di una regione nel film a lei dedicato Erin Brockovich girato nel 2000 da Steven Soderbegh.
Sulla scorta di un film come questo il traguardo civile da raggiungere dentro e fuori lo schermo resta quello di vedere non più uomini e donne in competizione, ma soltanto esseri umani liberi e responsabili delle loro azioni in un processo di inclusione affettiva e di ricerca della verità privo di pregiudizi storici e culturali (e in questo anche le attuali serie televisive possono dare il loro contributo con storie esemplari e avvincenti prodotte e ambientate in tutti i paesi e rivolte a un pubblico internazionale,storie corali come la spagnola serie La Promessa e quella turca Terra Amara adesso trasmesse con grande successo da una nostra rete televisiva al mattino e alle sera di ogni giorno). Intanto non possiamo che augurare lunga vita al cinema e alle donne che lo amano riamate.