L’estate è la stagione della tintarella in riva al mare, della spensieratezza, delle vacanze e dei brevi amori. Sono molti i film ambientati in questo periodo dell’anno e che sono diventati degli appuntamenti fissi per gli spettatori che hanno voglia vedere e rivedere pellicole leggere e senza impegno. Se vi aspettate una recensione di Sapore di Mare, però, avete sbagliato articolo.
Noi di Cabiria Magazine vi vogliamo parlare di cinema d’autore e di tre film legati all’estate che ogni cinefilo dovrebbe conoscere.
1) L’avventura (1960) di Michelangelo Antonioni

Considerato fra le migliori opere di Michelangelo Antonioni, all’uscita in sala de L’avventura ci fu molto scalpore.
Il film venne sequestrato dalla Procura di Milano per oscenità e offesa al pudore; Il regista venne accusato di pornografia. Furono incriminate cinque scene e la magistratura ne ordinò l’oscuramento (con il famoso “velatino”). Nonostante sia una pellicola ostica e non di facile comprensione, inizialmente il film fu più amato dal pubblico che dalla critica.
Trama de L’avventura
Anna (Lea Massari) è fidanzata con un giovane architetto, Sandro (Gabriele Ferzetti). In estate vengono invitati insieme a un’amica della donna, Claudia (Monica Vitti), a una gita sullo yacht nella zona delle isole Eolie.
Durante la breve gita sull’isola, i due fidanzati litigano accanitamente. All’improvviso, minaccia un temporale. Lo yacht deve ripartire per evitare la tempesta e tutti gli invitati si dirigono di corsa verso l’imbarcazione. Però, al momento di salire a bordo, si rendono conto che Anna è sparita. Lo yacht riparte, ma Sandro e Claudia rimangono sullo scoglio per cercarla. Mentre sono intenti a cercarla, il fidanzato di Anna e la sua amica scoprono di provare una forte attrazione l’uno per l’altra. La speranza di trovare la ragazza sfuma e i due si rendono conto che la ricerca di Anna era, in realtà, soltanto un pretesto.
In seguito Claudia e Sandro raggiungono Taormina e incontrano i loro compagni di crociera. Nessuno chiede notizie di Anna e tutti si rendono conto della loro relazione. Non ci vorrà molto, però, affinchè Claudia comprenda quanto i sentimenti di Sandro siano effimeri. La prova del nove ce l’avrà quando l’uomo la tradirà. Claudia inizialmente si ribellerà, ma poi si rassegnerà a perdonare la sua avventura.
Primo capitolo della trilogia esistenziale (o dell’incomunicabilità), a cui seguiranno La notte (1961) e L’eclisse (1962), L’avventura segna la prima collaborazione fra il regista e Monica Vitti, attrice che diverrà la sua musa.
La pellicola ha consacrato la carriera di Michelangelo Antonioni elevandola a livello internazionale. Il merito di questo successo è sicuramente legato alle grandi capacità del regista di denunciare quel falso perbenismo della società contemporanea dell’epoca.
Mette a nudo l’ Italietta borghese che nasconde insoddisfazione e infelicità. Antonioni racconta quel vuoto esistenziale e lo colma con gli spazi della natura. La figura di Anna è semplicemente il motore che avvia la storia. Il mistero irrisolto della sua scomparsa, a un certo punto del film, nemmeno interessa più.
La presenza della sua assenza riempie il primo atto. Le poche scene di Anna sono necessarie a far partire il film. In questo racconto, infatti, non è importante il prima. Ma il dopo. Da quel momento in poi, Michelangelo Antonioni dipinge con la macchina da presa uno scenario in cui paesaggi e personaggi sono in equilibrio. Il cineasta racconta il reale, quel senso di alienazione di frustrazione che risulta attuale più che mai.
Odio i meccanismi artificiali della narrazione cinematografica convenzionale. La vita ha un ritmo completamente diverso, ora precipitoso, ora estremamente lento. In una storia di sentimenti come nell’Avventura, ho sentito la necessità di legare i sentimenti al tempo. Al loro tempo. Più vedo l’Avventura e più mi convinco di aver trovato il ritmo giusto, credo che non potrebbe averne uno diverso. […]L’accompagnamento musicale dei film, nella sua funzione tradizionale, non ha più ragione di esistere. Si mette della musica per provocare nello spettatore un certo stato d’animo. Io non voglio che sia la musica a provocare quello stato d’animo, voglio che sia la storia stessa a farlo, attraverso le immagini. È vero che esistono dei momenti — diciamo, per intenderci — “musicali” nell’articolazione di una storia. Sono i momenti in cui si ha più bisogno di staccarsi dalla realtà, di forzarla. In quei momenti la musica ha una sua funzione. In altri momenti, si deve ricorrere ai rumori, anche se non utilizzati con spirito di realismo, ma piuttosto come effetti sonori, naturalmente con poesia. Nell’Avventura ho ritenuto più opportuno insistere sui rumori che sulla musica.
Michelangelo Antonioni
2) L’anno scorso a Marienbad (1961) di Alain Resnais
L’anno scorso a Marienbad è il classico film ritenuto noioso e incomprensibile dallo spettatore medio.
Vincitore al Festival di Venezia del Leone d’Oro nel 1961 , fu accolto con grande entusiasmo e curiosità dalla critica soprattutto grazie al montaggio e alla fotografia rivoluzionarie per l’epoca. Nel 1963 fu candidato all’Oscar alla migliore sceneggiatura originale tra le proteste dei fautori incalliti del realismo.
Del resto, non è una pellicola semplice. E’ un’opera unica, maestosa, pura avanguardia. Alain Resnais crea labirinti escheriani e confonde tutti i piani sfidando le convenzioni, gioca con l’astrattismo senza mai abbandonare la narrativa.
Trama di L’anno scorso a Marienbad
In un grand hotel uno sconosciuto (Giorgio Albertazzi) corteggia una seducente donna (Delphine Seyrig) insistendo di averla conosciuta l’anno precedente a Marienbad e di essere stato il suo amante. La donna non ne è affatto sicura e intraprende un complicato viaggio nella memoria.
Lei sembra lasciarsi persuadere dallo sconosciuto. Lui desidera portarla via, ma la donna non fa altro che rimandare l’evento. C’è anche un altro uomo nella storia, (Sacha Pitoeff), il marito della donna forse o solo il suo amante accompagnatore, una persona dai tratti misteriosi che non fa altro che sfidare la sorte al tavolo in giochi di carte e bastoncini.
I nomi dei tre sono ignoti; così come cosa sia esattamente il luogo in cui si trovano. La stessa Marienbad non è rintracciabile su nessuna carta geografica.
C’è stato davvero un anno scorso a Marienbad ? Forse si o forse no.
Questa opera criptica di Alain Resnais è un viaggio proustiano nella memoria dei protagonisti. Ma non è un semplice esercizio di stile. Realtà e fantasia si mescolano tra presente, passato e falsi ricordi. Tutto ritorna, nulla si ferma. Il tempo è come un cerchio infinito che non può essere spezzato.
Il regista francese ci guida con lente carrellate nell’inconscio, nei meandri più oscuri e dimenticati dell’anima. Lo stesso albergo di Marienbad, non va concepito come un luogo fisico, ma interiore. Indubbiamente un film difficile che richiede il massimo dell’attenzione dello spettatore.
L’anno scorso a Marienbad è un lungometraggio fatto di tempi lunghi e ampi movimenti di macchina che abbandona la linearità della narrazione. Resnais trasforma la sceneggiatura di Alain Robbe-Grillet in un viaggio ipnotico dentro un’intrigante storia d’amore. Mai è stata raccontata in questo modo una cosi semplice storia di tradimento.
Un montaggio che ancora oggi fa scalpore, semplicemente rivoluzionario. Un capolavoro che va oltre la storia e oltre il passare degli anni.
Una pietra miliare della settima arte.
il film è stato girato in un clima di angoscia. Avevamo l’impressione di fare qualcosa di pericoloso. Stavamo manipolando l’inconscio e l’inconscio poteva vendicarsi su di noi, non so come dire. Data la vicenda, avremmo potuto volgerla in ridicolo noi stessi. Invece abbiamo girato il film con grandissima serietà, e i primi ad esserne eravamo proprio noi. Era un po’ come se sentissimo la presenza della morte nell’aria. Il film del resto tocca anche questo argomento.
Alain Resnais
Secondo me, e so che Robbe-Grillet è d’accordo, Marienbad è anche una leggenda sulla morte.
In sostanza lo Sconosciuto è un po’ il cavaliere che dice alla donna: “L’ho già incontrata una volta e le ho dato un anno di tempo…[…] Dopo aver scritto la sceneggiatura, Robbe-Grillet si è accorto, con viva sorpresa, che nell’ultima sequenza quasi tutte le frasi pronunciate dallo Sconosciuto potevano applicarsi a un cimitero. Nel suo lavoro Robbe-Grillet è molto più vicino alla scrittura automatica dei surrealisti. Ciò detto è chiaro che Marienbad è anche l’equivalente di una conquista amorosa, la traduzione delle incertezze e della folgorante felicità dell’amore. Una storia d’amore senza fine. Lo Sconosciuto incarna l’uomo che vuole conquistare, o riconquistare, la donna… Il film dunque può essere letto da prospettive diverse, secondo lo stato d’animo dello spettatore. Noi ci riproponevamo di vedere se si poteva catturare l’attenzione dello spettatore, interessarlo per un’ora e mezza, puntando esclusivamente sulle emozioni invece che sullo svolgimento logico di un’azione […]Mentre giravamo Marienbad ci sembrava di realizzare una specie di opera, un’opera senza musica, un’opera parlata. Naturalmente c’era il pericolo di finire col lasciarci trasportare dalla musicalità del dialogo, senza preoccuparci di che cosa pensavano i personaggi. Allora –credo un po’ sotto l’influenza di Lee Strasberg- abbiamo deciso di procedere nel modo seguente: per ogni scena ci inventavamo delle motivazioni psicologiche, le quali ci consentivano di andare avanti esattamente come in un film realistico. Nessuna scena è stata girata a vuoto, insomma. Quando Robbe-Grillet ha visto il film, dopo essersi congratulato con me per il risultato, ha detto: “Non credevo potesse venire così bene… Però, ne hai pur sempre fatto un film psicologico!”.
Ai film non si comanda…
3) Terraferma (2011) di Emanuele Crialese
Terraferma è il film vincitore del Premio Speciale della Giuria alla 68esima edizione della Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia, una coproduzione italo-francese diretta dal visionario Emanuele Crialese.
Il cinema del regista romano di origine siciliana si contraddistingue per immagini di forte impatto visivo e note poetiche. Nel suo quarto lungometraggio, ci porta di nuovo nella sua amata Lampedusa, precisamente nell’isola di Linosa, scenario naturale del suo film precedente Respiro. In Terraferma racconta, strizzando l’occhio ai Malavoglia di Giovanni Verga, una storia di una famiglia di pescatori che deve confrontarsi con le difficoltà legate al proprio lavoro e a quelle dell’accoglienza degli immigrati.
Trama di Terraferma
In un’isola siciliana abitata da pescatori, rimasta intatta e poco battuta dal turismo, i comportamenti e la mentalità degli isolani sta cominciando a mutare, anche a causa dei continui sbarchi di clandestini. Un gruppo di pescatori viene punito per aver salvato alcuni immigrati che sono giunti in Italia illegalmente via mare. Il giovane Filippo (Filippo Lucillo) non vuole restare fermo dinanzi ad una emergenza di tali proporzioni e decide di aiutare una madre, il figlio e un neonato a scappare, incurante del pericolo a cui si espone.
Terraferma commuove, irrita e fa riflettere. Il mare è il paradigma del cinema di Crialese. Ci mostra la sua profondità in Respiro, il potere che ha di separare in Nuovomondo, e come puo’ essere scenario di confronto in Terraferma. La sua quarta fatica è pregna di immagini che rimangono scolpite nello spettatore, merito anche della fotografia di Fabio Cianchetti che riprende il mare sia dall’alto che sott’acqua.
La forza della pellicola sta nel raccontare una storia profonda attraverso gli occhi, gli sguardi dei protagonisti. Attraverso la forza dei vecchi pescatori, ma soprattutto con il moto perpetuo del mare che porta alla luce anche quello che vorremmo tener nascosto.
In Terraferma Emanuele Crialese continua a dirigere attori non professionisti. Tra questi c’è il giovane Filippo Pucillo che aveva già lavorato in Respiro e Nuovomondo.
Nel cast ci sono anche attori noti e che regalano delle performance straordinarie, come Donatella Finocchiaro, Beppe Fiorello, Mimmo Cuticchio e Claudio Santamaria. Ma tra gli attori non professionisti, è impossibile non citare Timrit T., che nel film è Sara.
Eritrea, ha vissuto sulla sua pelle un viaggio in gommone di 21 giorni dalla Libia alle coste italiane. Su 78 persone, solo in cinque sopravvissero. Crialese cercava un volto autentico di chi avesse vissuto per davvero uno di questi viaggi della speranza. Dopo essersi messo in contatto con Laura Boldrini, dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati, trovò Timrit T. . Nonostante le difficoltà di rivivere la sua tragedia, anche se per finzione, la donna ha accettato di partecipare al film. Basterebbe solo la sua intensa e sofferta interpretazione per guardare questa pellicola.
La macchina da presa di Crialese si concentra sui fatti. Ci mostra il mondo degli abitanti dell’isola che non pescano più pesci, ma cadaveri. Il mondo dei turisti che, insensibili e in cerca di folklore, fanno foto ai cadaveri che riemergono dal mare. Infine, il mondo dei migranti. Uomini e donne che vengono trattati e braccati come delinquenti, solo perché non possiedono un foglio di carta. Come se una carta di soggiorno facesse la differenza tra un essere umano e l’altro.
Ed è proprio su questo terzo mondo che Crialese punta al cuore del pubblico. La macchina da presa immortala primi piani fatti di sguardi intensi, ricchi di dignità e fierezza. Perché il mare può essere un ostacolo e significare morte, ma la terraferma è la salvezza. Ed è proprio quella salvezza che vedono negli occhi di un uomo bianco quando finisce il loro viaggio della speranza.
Probabilmente il fatto di essere stato per tanto tempo fuori dal mio paese, mi ha fatto guardare l’Italia e la Sicilia da una prospettiva completamente diversa. Anche per questo mi sento a disagio a parlare di migrazione, perché non abbiamo mai smesso di migrare dall’inizio della nostra storia come civiltà. lo facciamo fisicamente e mentalmente, è un movimento che porta con sé conoscenza e sviluppo, è inutile negarlo, senza movimento non c’è vita. Questo è il paradosso più grande che sono andato a scardinare: l’uomo ha bisogno di muoversi, chi non parte mai non capisce fino in fondo cosa vuol dire essere quelli che si è. Quando non ci si mette mai in discussione e si danno per scontate le proprie origini e il proprio stato sociale non si riesce veramente a riflettere sulla propria condizione.[…] Il mare, insieme alla sabbia e alle camere a gas, ha il potere di far sparire la memoria dei corpi. Quando riportiamo a galla, per usare un termine della psicoanalisi, le cose che abbiamo rimosso nel nostro inconscio allora arrivano i dolori, che non vanno però ostacolati, anzi elaborati e integrati, cosa che noi non siamo in grado di fare come società. Individualmente ognuno di noi può invece avere un atteggiamento diverso, ma come società dobbiamo risolvere questo nostro conflitto interno.
Emanuele Crialese