La regista Mary Harron, a cui dobbiamo la trasposizione cinematografica di American Psycho, cult movie tratto da Bret Easton Ellis ed interpretato da Christian Bale, porta in sala un altro thriller, Charlie says, ovvero un lungometraggio che parla della “Manson family” e di tutto ciò che fecero verso la fine degli anni ’60; il punto di ispirazione sono due libri scritti da Ed Sanders e Karlene Faith e l’idea è quella di voler analizzare quell’ideologia che spinse questa setta hippie a compiere qualcosa di impensabile.
A causa loro, il 9 agosto del 1969, fu consumato uno dei delitti più efferati che la storia umana possa ricordare, un crimine avvenuto dietro l’ombra delle colline hollywoodiane, sullo sfondo un decennio che andava a tramontare in uno dei peggior modi.
Stiamo parlando ovviamente dell’omicidio di Sharon Tate, moglie del regista Roman Polanski, che finì vittima della sete di sangue di alcuni invasati dalla legge satanica di Charles Manson, uomo che influenzò il volere di un gruppo di giovani provocando la morte di alcune persone; uccisa per mano loro, la stessa Tate era addirittura gravida e fu trucidata assieme ad altri tre suoi amici (Jay Sebring, Wojciech Frykowski e Abigail Folger), più un ragazzo che faceva da custode nella villa dove abitava (il giovane Steven Parent), la quale era di proprietà del produttore musicale Terry Melcher, personaggio a cui Manson puntava per la sua sete di sangue.

Insomma, chi non conosce questa storia, purtroppo? E quante volte l’abbiamo vista in sala raccontata da qualche lungometraggio? Recentemente è stata addirittura riproposta anche da Quentin Tarantino in C’era una volta a…Hollywood, con una rilettura tutta personale, e miriadi sono state le versioni che abbiamo visionato nel tempo, che sia il televisivo Bel Air – La notte del massacro, datato 1976, o un prodotto indipendente come The Manson family, del 1997 e diretto dal creativo Jim Van Bebber; quello che invece fa la Harron col suo Charlie says è scavare nei ricordi di tre ragazze infatuate dal volere del loro diabolico mentore. Loro sono Leslie “Lulu” Van Houten (Hannah Murray), Patricia “Katie” Krenwinkle (Sosie Bacon) e Susan “Sadie” Atkins (Marianne Rendon), le quali si ritrovano in prigione dopo i fatti avvenuti nel 1969.
Interrogate dalla ricercatrice Karlene Faith (Merritt Wever), le nostre detenute rivangano il proprio passato narrando cosa ha rappresentato per loro Charlie Manson (qua interpretato dal Matt Smith di Doctor Who), un uomo capace di magnetizzare col proprio sapere e la sua filosofia oscura, fino a spingerle, assieme al giovane Tex Watson (Chace Crawford), al più insano dei gesti: l’omicidio.
Come detto prima, già abbastanza se n’era parlato al cinema di questo evento, quindi pensare ad un’ulteriore versione dei fatti era cosa abbastanza stucchevole; Charlie says tenta di scrutare questa storia dal punto di vista della giovane Lulu, interpretata dalla Murray, con lo scopo di aggiungere qualcos’altro di non detto e visto.
Quello che ne viene fuori è un prodotto che incide sul lato morboso della vicenda, mostrando quanti più nudi femminili (molti) e maschili (pochi e visti di quinta anche) possibili, giusto per descrivere l’ambiente libertario hippie dell’epoca, e che ci porta in scena un Manson (che Smith inscena con molta convinzione) più fragile e umano del solito, mostrandone comunque tutta la sua totale immoralità.
Un punto di vista interessante quest’ultimo, certo, ma per il resto Charlie says non sembra muoversi con tanta originalità, riproponendo quindi materiale trito e ritrito in materia, in passato visto anche con qualche guizzo più originale del solito (il succitato The Manson family e la sua estetica da filmino Super8).
Comunque sia, il film della Harron è un’opera che sprizza una propria personalità, dosata al minimo indispensabile, ma comunque funzionale alle finalità del racconto.
Charlie Says: scheda film

Regia: Mary Harron
Interpreti: Matt Smith
Hannah Murray
Sosie Bacon
Distribuzione: No.Mad Entertainment
Durata: 104 min.
Uscita italiana: 22 agosto 2019
