Dal 1982 a oggi, il franchise Disney che ha fatto la storia della computer grafica torna con un nuovo capitolo. Un viaggio tra mito digitale, eredità familiare e la sfida dell’intelligenza artificiale.

Tron: Ares, il ritorno di una saga visionaria

Con Tron: Ares, la saga più visionaria della Disney torna a interrogare il rapporto tra uomo e tecnologia, spostando il conflitto dal mondo digitale al nostro. Ma per capire il peso di questo nuovo capitolo, conviene riavvolgere il nastro (con la matita, in stile anni ’80) e ricordare da dove tutto è iniziato.

Dal pionierismo di Tron (1982) all’eredità di Legacy (2010)

Tron di Steven Lisberger

Il 1982 vedeva arrivare nelle sale Tron, film pionieristico che portava lo spettatore dentro un computer quando questi erano ancora oggetti misteriosi.
Kevin Flynn, programmatore ribelle, veniva risucchiato nel Grid: un universo di programmi senzienti, duelli di dischi e moto luminosi.

Nonostante la trama lineare, il film restava memorabile per l’uso rivoluzionario della computer grafica e per la sua capacità di trasformare l’immaginario digitale in mito visivo.

Tron: Legacy

Quasi trent’anni dopo, Tron: Legacy aggiornava quell’universo con estetica spettacolare e domande più mature. Sam Flynn ritrovava il padre intrappolato nel Grid, costretto a confrontarsi con il suo doppio corrotto, CLU, simbolo di un perfezionismo totalitario.

Il sequel rifletteva su potere, controllo e persino sulla nascita di nuove forme di vita digitale. Due opere che, nel loro insieme, hanno reso Tron più di un semplice franchise: una lente critica con cui leggere l’evoluzione del nostro rapporto con la tecnologia.

Tron: Ares, la trama

In Tron: Ares il confine tra digitale e reale viene definitivamente infranto.
Un programma avanzato, incarnato da Jared Leto, approda nel nostro mondo con una missione che metterà in discussione la natura stessa dell’umanità.

Tra azione spettacolare e dilemmi etici, il film punta a ridefinire l’immaginario cyber di Tron in chiave più matura e oscura. Non è solo un sequel, ma un passaggio di testimone: la frontiera digitale non è più un luogo da esplorare, ma una forza che invade la realtà.

Un ritorno atteso, ma poco ispirato

Il ritorno della saga di Tron con Tron: Ares avrebbe potuto rappresentare un momento cruciale per ridefinire il rapporto tra cinema e tecnologia. Invece, ciò che si manifesta sullo schermo è un’opera visivamente curata, ma narrativamente stanca, incapace di rigenerare davvero l’universo che un tempo aveva rivoluzionato l’immaginario cyberpunk.

L’attesa era alta: dopo il fascino elegante di Tron: Legacy, si sperava in un’evoluzione coerente, magari più matura e stratificata. Invece, Ares sembra adagiarsi su formule già note, amplificandole senza rinnovarle.

Un’estetica raffinata ma priva di anima

Il regista Joachim Rønning dimostra un indubbio talento visivo: la costruzione scenografica è impeccabile, i giochi di luce e gli ambienti digitali raggiungono una complessità notevole. Tuttavia, questa raffinatezza formale si traduce spesso in un freddo esercizio di stile, dove la bellezza delle superfici non trova un corrispettivo emotivo.

Il mondo virtuale, un tempo pulsante e visionario, qui appare come una cattedrale vuota: affascinante da guardare, ma incapace di trasmettere un reale senso di meraviglia.

Jared Leto e un protagonista senza spessore

Il personaggio di Ares, interpretato da Jared Leto, avrebbe potuto incarnare il conflitto tra umano e artificiale con intensità e ambiguità. Al contrario, la sua performance, trattenuta e monocorde, rende il protagonista distante, quasi impalpabile.

Non si tratta di una scelta interpretativa complessa, ma di un vuoto drammatico che finisce per contaminare l’intera narrazione, priva di un centro emotivo forte.

Una trama prevedibile e frammentata

La scrittura è forse il vero tallone d’Achille di Tron: Ares.
La storia procede per accumulo di suggestioni, senza mai svilupparle pienamente. Le riflessioni sull’identità digitale, pur presenti, risultano abbozzate; i conflitti interni mancano di urgenza; i momenti di svolta arrivano in modo meccanico e prevedibile.

Laddove l’universo di Tron aveva costruito una mitologia affascinante, questo nuovo capitolo sembra limitarsi a ricalcarne le ombre.

Un’esperienza visiva senza impatto duraturo

La colonna sonora, priva dell’energia innovativa che aveva reso iconico il lavoro dei Daft Punk, accompagna le immagini senza mai elevarle. La spettacolarità, pur presente, non lascia tracce durature: si assiste a un film elegante ma evanescente, come uno schermo acceso che non riesce a proiettare alcun sogno.

Tron: Ares : un’occasione mancata

Tron: Ares è un film che preferisce contemplare se stesso piuttosto che parlare al pubblico. Non è un disastro, ma una delusione raffinata: un’opera che possiede tutti gli strumenti per stupire, ma che li impiega in modo inerte.