Tra sesso carnale e quello estatico, pochi, flebili applausi in sala per The Testament of Ann Lee di Mona Fastvold, regista e sceneggiatrice norvegese dietro la candidatura all’Oscar di The Brutalist per la miglior sceneggiatura originale, condivisa con il suo compagno Brady Corbet. A distanza di un anno, la coppia getta l’ancora a Venezia 82, con il peso del successo dell’anno precedente.

Il film non è un prodotto facile da digerire, non tanto per i beatificati orgasmi ripetuti, ma più perché non si è davvero sicuri dell’obiettivo della storia. Malgrado ciò, i fruitori del musical gotico apprezzeranno le capacità dell’intero cast, in cui figurano Thomasin McKenzie, Lewis Pullman, Stacy Martin, Tim Blake Nelson, Christopher Abbott, Matthew Beard e, soprattutto, Amanda Seyfried nei panni della mistica Ann Lee.

La pellicola racconta la vita di questa figura che si innesta all’interno del movimento religioso franco-britannico del 1700 conosciuto come gli “Shakers”, per poi diventarne la leader spirituale. Tale setta fonda le sue credenze su un legame estatico con Dio, dove le preghiere e le confessioni sono accompagnate da tremori, urla, gemiti e movimenti coreografati. 

Come viene definito dalla regista stessa, il film è frutto di una speculazione sulla vita di Ann Lee, visualizzata come intinta di drammi e di canti imponenti. Con il tempo e con il dolore nel cuore per via delle sue gravidanze travagliate, le appare in forma salvifica l’astinenza sessuale.
Ann Lee ora è una Madre per i suoi discepoli, Sorella e Moglie di Gesú Cristo, con la volontà di seminare salvezza perfino oltreoceano, inseguendo il duro lavoro, la vita in comunità e l’amore per Dio. 

The Testament of Ann Lee: l’estasi è anche visionaria

Mona Fastvold e Brady Corbet concentrano le loro attenzioni non tanto sull’eredità storica e teologica di Ann Lee, differentemente da come farebbe pensare il titolo, ma sul principio di un’idea, su come nasce l’ispirazione. La mistica scompone e ricompone i suoi pensieri, li elabora trascinandoli dentro e fuori di sé con i canti e le preghiere, perché vuole cambiare la realtà e cerca salvezza, di cui ne è assetata e affamata. 

“[…] La sua ricerca radicale di un’utopia auto-costruita parla dell’impulso creativo al centro di ogni sforzo artistico: l’urgente necessità di plasmare il mondo in modo nuovo. In particolare, la sua chiarezza di visione e la capacità di guidare gli altri verso un ideale condiviso richiamano lo spirito collaborativo che sostiene qualsiasi impresa creativa, che si tratti di comporre una sinfonia, costruire un edificio o realizzare un film. Ogni disciplina è definita dallo stesso impegno: la ricerca di momenti di grazia.”

– Mona Fastvold, Venezia 2025

È questa la chiave di lettura voluta dai creatori di The Testament of Ann Lee e che, purtroppo, viene resa a fatica nel corpo filmico. Partito davvero bene, con una coreografia dall’alto che si intreccia con i titoli di testa e che specchia i simboli mistici presenti nei disegni sullo schermo, con il proseguire di esso si perde facilmente il filo.

Non è ben chiaro se collegare, – paradossalmente – l’estasi sessuale con quella mistica: la regista sembra giocare con il binomio attraverso un uso malizioso di alcune inquadrature, soprattutto quando sovrapposte a scene più esplicite. Tanto meno resta incerto il processo creativo di Ann Lee citato dalla regista, che arriva sullo schermo con dei pezzi mancanti o sorvolati.

Se l’astinenza sessuale è una volontà lampante per via dei suoi lutti e le vessazioni subite in quanto moglie, è molto più fumosa la questione sociale appena accennata dalla sceneggiatura. Questo è un peccato, poiché da spettatore sarebbe stato interessante indagare sulle celate intenzioni politiche degli Shakers e sul perché dava veramente fastidio Ann Lee, aldilá delle accuse di blasfemia o del semplice esser donna.

Esteticamente, The Testament of Ann Lee presenta un uso delle luci sapiente coadiuvato da una scenografia e da costumi  volti a rappresentare quell’epoca storica che incorniciano movimenti ora sinuosi, ora spigolosi. Inoltre, è difficile non venir ipnotizzati dalla voce cristallina e il potente viso di Amanda Seyfried, che arricchisce la musica di Daniel Blumberg, fatta di elementi rock e opera lirica.