“Squadra che vince non si cambia” avrà pensato Peter Jackson nel 2005 quando, dopo lo storico successo di critica e di pubblico riscosso con la trilogia de Il Signore degli Anelli, gira il suo King Kong: ancora con un budget milionario, ancora in Nuova Zelanda, ancora amalgamando ingentemente practical effects e computer grafica, ancora mostrando le inedite possibilità del performance capture con l’interprete Andy Serkis, ma questa volta con un cast ricco di star affermate e riportando sul grande schermo il mostro che ha fatto la storia del cinema americano.

Dopo l’originale del 1933 e il primo remake del 1976, quello di Jackson rinfresca la narrazione ricostruendo meravigliosamente una febbricitante New York in cui, durante la grande depressione, un regista in crisi produttiva e dalla discutibile etica (Jack Black) ingaggia l’attrice di vaudeville Ann Darrow (Naomi Watts) e il drammaturgo Jack Driscoll (Adrien Brody) per intrufolarsi su una nave e andare a filmare la propria opera nel luogo più remoto e pericoloso della terra, Skull Island.

Giunti sull’isola ignota, ad attenderli ci sono dinosauri, insetti giganti e popolazioni tribali violente che mettono a repentaglio la vita di tutti i viaggiatori, specialmente quella di Ann che verrà rapita dalla gigante scimmia, il cui destino, però, sembra più nefasto di quello della ragazza.

Quelle di King Kong sono circa tre ore (e venti, se si considera la versione estesa) in cui, a volte faticosamente, si affastellano il romanticismo e l’horror (tra le scene più riuscite, proprio quella del primo incontro con gli indigeni), l’avventura e l’action (tante ispirazioni da Spielberg, Indiana Jones e Jurassic Park su tutti) con un dispiego incontrollato degli effetti speciali incredibili della Weta Workshop; il tutto in un incedere che, nonostante alcuni memorabili momenti (come lo scontro dello scimmione con tre T-Rex), risulta altalenante e prolisso.

Nel film la volontà pionieristica, che si concretizza attraverso il cinema, di vedere (mediante l’occhio della cinepresa) l’impossibile, il fantastico, qualcosa che trascenda la conoscenza umana viene metacinematograficamente realizzato da Jackson proprio con l’avveniristico uso del digitale che rende finalmente “reale” il gigantesco primate. Un mostro sempre più empaticamente avvicinabile grazie anche a una sua rappresentazione più gigionesca e tenera nel rapporto con la protagonista (evitando intelligentemente di riproporre la carica erotica dell’originale che sarebbe risultata grottesca).

King Kong di Peter Jackson è un’opera mastodontica, sovrabbondante, eccessiva fin dalla sua durata “mostruosa” che, però, non riesce ad avere l’incisività e la compattezza dell’altrettanto lunga trilogia tratta da Tolkien. Forse in un eccesso di tracotanza, il regista neozelandese ha diluito i numerosi pregi in un film che avrebbe certamente goduto nel ricordare che anche Calvino reputava la capacità di sintesi un’arte.