2046: un momento di riflessione per tutti. Uno sguardo che, insinuandosi alle spalle, cerca quel momento felice che crediamo di aver vissuto. Possiamo forse dare importanza a qualcosa di trascorso, collocandolo anche al di sopra dell’ attimo ancora non vissuto, pensando che il suo ricordo sia felicità istantanea?

Il tempo cambia le persone e il dolore le scalfisce, ma la felicità le frantuma. Niente è come l’attimo dove tutto è perfetto. Il cuore accelera, il respiro s’ingrossa, gli occhi si adagiano sul tutto con nuova grazia, liberando un nuovo flusso vitale capace di spingerci verso la vita lucente. C’è chi non si riprende da tutto questo e nel vano tentativo di rivivere quel momento cerca di capovolgere il normale paradigma alla base del tempo vissuto. Le lacrime sono la pioggia dei nostri ricordi come dice il protagonista, ma probabilmente i sorrisi sono alla strenua dei fulmini, impalpabili e mai presenti nello stesso posto per due volte. Quel luogo non esiste se non nella nostra mente, ricercato a volte solo per rivedere scene, in altri momenti per farsi sorreggere nella costante vacuità emotiva.

2046 è una pellicola suggestiva nella sua idea di contemplare come un momento possa cercare di impadronirsi delle emozioni del futuro, umiliandole nello sbagliato tentativo di arrivare ad un confronto. La memoria per Wong Kar-way si propaga fino a fagocitare la realtà in una combinazione volutamente caotica, ruolo di una mente in piena fase di idealizzare un luogo inesistente e pronta ad affrontare il normale passare del tempo. Chow Wo Man è uno scrittore che, inoltrandosi nella sua immaginazione e nei suoi ricordi, dà una dimensione d’inchiostro a delle evanescenti e ormai opacizzate emozioni; il 2046 per lui rappresenta la stanza di un hotel dove risiedeva l’amore, ma il 2046 è anche l’arrivo di un treno mentale, dove vivono i ricordi perduti e da dove il suo alter ego decide di tornare indietro perché non ha trovato l’anelante sorriso dell’unica donna amata. Chow ha incontrato l’amore che come unico frammento gli ha lasciato un’ossessione di un desiderio che non si è esaudito, e nel suo ricordo si concede ad altre donne che nulla gli hanno concesso se non l’appagamento dell’attimo finale in una  irrequieta Hong Kong di fine anni ‘60, in rivolta contro il padrone. Si direbbe che un ricordo possa oscillare tra varie dimensioni espressive: lacrime, sorrisi, smorfie, che appaiono come chiari segni distintivi dell’azione svolta vista l’inconsistenza dell’immobilità, che appare come un qualcosa da soprassedere perché rimasta tale sia nel volto che nel cuore. 2046lgTuttavia la memoria è beffarda e il vuoto può riempirsi dell’idea che forse è andata diversamente e che fa tornare a galla dal ricordo solo il desiderato, plasmato nell’inconscio per sovrastare il rimpianto, ultimo atto della consapevolezza di fronte ad un’inutile inerzia. In una trasfigurazione dell’idea della memoria e del passato immaginario le luci del conosciuto si offuscano, mentre solo l’ombra della felicità ricercata prova a espandersi in un chiaro-scuro di sguardi che appaiono vuoti e incostanti, comprensibili ad un solo cuore, eppure resi universali dall’impostazione del regista. Lenta e delicata come un pennello, l’impostazione visiva si lascia trascinare avanti, sospinta dal sentimento presente nell’attimo inquadrato, sospendendosi per poi accelerare di ritmo con il mutare degli sguardi con colori stinti che vanno quasi mescolandosi tra loro in un’atmosfera esternamente fosca, ravvivati dagli interni della stanza dell’hotel quasi da un bagliore di una lampada a olio, intensi nella parentesi futuristica, marchiando con immediatezza nella pellicola una sensazione onirica e di una bruma emotiva che, ristagnando dal primo attimo sullo schermo, né marchia un’identità credibile e intrigante di un quadro che mantiene vivo il suo costante punto inafferrabile. Tra particolari di sigarette, mani e schiene volte a rallentare il tempo stesso delle sequenze, è la sfuggente presenza decentrata dei personaggi nell’inquadratura ad impreziosire un punto centrale errante tra le vite dei protagonisti e i turbamenti dello spettatore: la malinconia.

La visione del regista cinese è intavolata nella sua idea di mettere su pellicola un vagheggiamento sull’illusione, basandosi su una storia non anomala nei concetti, eppure la ricerca di una forma attraente attraverso una sapiente regia riesce ad infonderne un’anima pura ed onesta, che nel termine fa alzare gli occhi nella ricerca di una propria riflessione sulle proprie incertezze, come dei dubbi che alla fine della giornata ci guidano verso il soffitto, ultimo capolinea delle derive emotive non rescisse. L’unica destinazione alternativa ai binari del ricordo è solo il rifiuto dell’amore, sfuggendo da ogni suo più pericoloso accumulo nella memoria poiché, come suggeriva Lord Byron, il ricordo della felicità non è più felicità, il ricordo del dolore è ancora dolore.

Leonardo Carnicelli

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