La quinta onda, prima pellicola tratta dai romanzi di Rick Yancey, ci propone un racconto cinematografico piuttosto standard: agli alieni serve la Terra, e quindi la attaccano con catastrofi ed epidemie varie. Il pericolo è ancora maggiore se si considera che gli invasori extraterrestri, pronipoti della Cosa da un altro mondo e degli Aliens, sanno anche assumere sembianze umane controllando il malcapitato di turno dall’interno. Il destino del nostro pianeta è nelle mani di una ragazzina liceale, che fino a poco tempo prima aveva come maggiore preoccupazione l’approccio con il “bello” della scuola.

La trama dovrebbe essere esplicativapertarget a cui è destinato il film, ma soprattutto sull’assenza pressoché totale di pretese riguardo alla sua visione; dopo il successo planetario di Hunger Games, la Columbia compra i diritti dei libri di Yancey e assolda un cast di ventenni, diretto dal quasi esordiente J la quinta onda 2Blakeson, al suo secondo lungometraggio dopo La scomparsa di Alice Creed, e con Liev Schreiber a fare da uomo d’esperienza, con lo scopo di fare breccia tra il pubblico giovane, ma sarebbe meglio dire giovanissimo, consumatore delle versioni cartacee di The Fifth Wave.

Se quindi può risultare ingeneroso spendere troppe parole dure sull’interpretazione degli attori, con menzione giusto per le varie imprecazioni a denti stretti che costellano la prova di Chloe Grace Moretz, per l’imbarazzante Alex Roe e per la particina assegnata al Tony Revolori di andersoniana memoria, o sulla regia di Blakeson, a tratti apprezzabile, a tratti (quasi) televisiva, viene da essere molto più severi con la sceneggiatura, scritta a sei mani da Susannah Grant, AkivaGoldsman e Jeff Pinkner. I dialoghi sono al limite del risibile, l’intreccio è talmente privo di sussulti e di colpi di scena che risulta una vera apoteosi dello scontato e del prevedibile.La quinta onda

Non risollevano il prodotto neanche le scene d’azione, ridotte quasi al minimo sindacale in favore di interminabili parti dialogate, ed esse stesse ripulite di qualsiasi velleità di coinvolgimento e pathos nel tentativo di adeguarle ad un pubblico giovanile, risultando delle sparatorie da videogame anni Novanta; così, tra una passeggiata tra fidanzatini spacciata per avventurosa traversata nei boschi e un ammasso di persone dormienti spacciato per impietosa carneficina, si arriva al finale che lascia la porta aperta per i sequels. Ma ne varrà davvero la pena?