Un tempo si usava dire che i nomi hanno un potere o, con una locuzione latina, Nomen omen “Il nome è un presagio”. Accostandosi a una serie tv come Shameless, è necessario soffermarsi un attimo sul titolo e sul suo significato prima ancora di passare alla visione. Il motivo è semplice: è meglio prepararsi adeguatamente a personaggi senza vergogna – shameless, per usare il termine anglosassone – prima di guardare il serial in questione.

Pur trovando le serie britanniche molto più efficaci e incisive delle statunitensi e allo stesso tempo nettamente superiori ai timidi remake degli americani (un esempio lampante è Skins, decisamente più convincente nella versione originale), devo ammettere che la versione US di Shameless ha più mordente rispetto a quella creata da Paul Abbott e andata in onda in Gran Bretagna per la prima volta nel 2004. Il prodotto di Abbott – che conta ben undici stagioni– si lascia apprezzare per la spietatezza e la naturale ferocia, caratteristiche comuni in generale alle serie britanniche che intendono raccontare storie di degrado portate al loro limite estremo, qualità che allo stesso tempo la rendono meno appetibile rispetto alla versione statunitense. Quest’ultima trasmette ugualmente una costante sensazione di disagio, ma la struttura narrativa è più coinvolgente e offre una costruzione dei caratteri più graduale e spesso più sorprendente.Shameless

John Wells, che si occupa dal 2011 della versione statunitense dello show e che era già stato showrunner per serie tv come E.R., ha saputo adattare le vicende della famiglia Gallagher partendo dalla materia originale e creando, poco a poco, la sua personale visione dei personaggi nati dalla mente di Abbott, tanto che la serie a stelle e strisce inizia ad allontanarsi parecchio dall’originaria già a partire dalla seconda stagione. Non solo, la versione statunitense è resa ancor più potente da due interpreti d’eccezione: Will H. Macy, attore di grande spessore in grado di conquistare il grande pubblico sin dai tempi di Fargo e che qui veste i panni di Frank Gallagher, forse uno dei personaggi più intensi dell’attuale panorama televisivo, e Joan Cusack, vero e proprio fenomeno delle cinque stagioni finora prodotte. Macy è riuscito a portare in scena una versione più realistica e meno esagerata del Frank originale (David Threlfall nella versione inglese che rappresenta comunque un adeguato interprete): un vero e proprio antieroe capace delle peggiori nefandezze compiute sempre a cuor leggero persino verso i suoi stessi congiunti, un protagonista che scarsamente suscita empatia e con cui nessuno desidererebbe identificarsi. L’immedesimazione tuttavia cade puntuale durante la visione e induce lo spettatore a provare esattamente la vergogna di cui i personaggi di Shameless sono privi. Con ogni probabilità questo è il merito della versione US: inserire progressivamente nuovi caratteri che sembrano solo figurine bidimensionali, stereotipi viventi che si muovono sullo sfondo e che invece, lentamente, iniziano a svilupparsi fino ad acquisire una complessa stratificazione psicologica riuscendo a stupire lo spettatore, toccando corde emozionali profonde. Nuova trovata di Wells è “sacrificare” i personaggi a discapito della benevolenza del pubblico verso gli stessi, calandoli in situazioni che portano lo spettatore a rimanere profondamente deluso per il loro comportamento. In ogni caso Wells non li snatura, piuttosto gli conferisce sfumature caratteriali che si credevano impensabili.

Il passaggio dalla Manchester degradata ai bassifondi di Chicago corona con certezza lo Shameless made in USA e tale ambientazione può essere letta anche come pretesto per muovere una critica irriverente all’America del sogno americano che qui appare totalmente diversa o comunque irraggiungibile.

Shameless UKLa destinazione di Shameless a questo punto potrebbe tranquillamente essere il raccontare più storie che s’intrecciano nel degrado e rassegnazione che serpeggiano incontrastati, dove a farla da padrone sono gli esclusi: Fiona, Lip, Ian, Debbie, Carl e tutti gli altri che appaiono come dei vinti contemporanei dal sapore quasi verghiano, che si muovono sullo sfondo di una realtà esasperata, ma non troppo. La causticità che caratterizza la versione di Paul Abbott è stata edulcorata da Wells, ma non in modo assoluto. Si può dire piuttosto che l’abbia travestita e resa più fruibile per il grande pubblico, tuttavia è sempre presente, non dissimile da un verme al centro della mela succosa da addentare. Causticità che è resa ancora più devastante dall’umorismo di cui la serie è pregna, un irresistibile black humour sofisticato che contribuisce ad aumentare il senso di disagio nel pubblico, che si ritrova spesso a ridere di tragedie su cui, col senno di poi, mai avrebbe potuto ridere.

In conclusione, Shameless US è uno show che ha dalla sua parte una formula vincente e replicabile potenzialmente all’infinito finché i personaggi non avranno terminato il racconto della loro storia e della loro crescita come individui. Occorre infine aggiungere che nel corso delle cinque stagioni non si ravvisa mai un calo nella narrazione o nella scrittura dei caratteri, un aspetto che non può essere affatto trascurato soprattutto se si pone a confronto con le operazioni fatte nei confronti di serie tv inizialmente straordinarie che via via hanno subito un evidente declino nello script, una su tutte: Prison Break.