Giuseppe Marco Albano, giovane emergente regista lucano di Una domenica notte in questa intervista racconta alcuni retroscena del film, gusti cinematografici, aneddoti sui suoi precedenti lavori e i suoi progetti futuri, e della sua visione del cinema italiano.

Scrittore, sceneggiatore e regista, animatore dell’associazione Basiliciak, ha già conquistato numerosi consensi partecipando con i suoi cortometraggi a prestigiosi festival italiani ed internazionali. Tra i suoi lavori più riusciti ricordiamo i cortometraggi Il cappellino (2008) che vanta più di cento finali nei festival italiani, Xie zi, altro corto del 2009 finalista al Giffoni Film Festival e ai Nastri d’Argento 2011, Stand by me, candidato nella cinquina dei David di Donatello 2011.

Una domenica notte è il suo primo lungometraggio, ma, come ci racconta lui stesso, arriva dopo una lunga gavetta sui set come aiuto regista, montatore e sceneggiatore.

Come nasce l’idea di Una domenica notte?una domenica notte locandina

In realtà l’idea era già stata sviluppata da Antonio Andrisani, sceneggiatore nonché protagonista nelle vesti di Antonio Colucci. La sceneggiatura era dunque già pronta, con Antonio Andrisani c’era già stata una precedente collaborazione, per un corto; abbiamo lavorato insieme alla produzione per rivedere la sceneggiatura e da questo lavoro è nata poi Una domenica notte, che prende il titolo da una canzone di Brunori Sas, un cantautore calabrese.

Nel film c’è una frase che il protagonista Colucci ripete spesso al suo assistente: «con gente come te al Sud non cresceremo mai ». A che tipo di persona si riferisce?

A quella gente che non bada allo sguardo in camera dell’attore, che non bada alla fotografia, all’audio. È quella classica gente che ama la fiction in tv, i film televisivi, fatti per la televisione, che non va al cinema, si affeziona ai personaggi televisivi. Gente poco “cinematografica” rispetto all’amore, alla preparazione e al rispetto che Antonio Colucci ha per il cinema e con cui va a creare un forte contrasto. È quello che accade quando uno non conosce, non distingue, non bada alla tecni-ca, all’esperienza autoriale cinematografica. Questo accade in tutti i campi, noi abbiamo voluto rappresentarlo rispetto al cinema: è l’“ignoranza” dell’italiano tipo.

È stato per te un film autobiografico?

No, non direi, in origine almeno non lo era, anche se poi nell’organizzarlo, produrlo e montarlo mi sono ritrovato in situazioni simili a quelle vissute dal protagonista, quindi è stata un’autobiografia che mi si è cucita addosso durante la lavorazione del film, work-in-progress direi, però non voluta. Una forma di meta-cinema nata nella mia realtà di tutti i giorni la definirei.

Riguardo alla produzione quanto è stato complicato trovare finanziamenti per il film, prodotto, ricordiamolo, dalla Camarda film, un’etichetta indipendente?

In realtà è stato abbastanza complicato reperire i fondi necessari. Trattandosi di una piccola casa di produzione mancavano ovviamente grandi finanziamenti e anche l’appoggio economico di fondi ministeriali. Abbiamo potuto contare dunque sulle risorse personali dei due produttori Angelo Viggiano e Paolo Leone, della Camarda Film, su piccoli finanziamenti provenienti da finanziamenti regionali da comuni e amministrazioni della Basilicata, a cui si è aggiunto un aiuto mio e di Antonio Andrisani per trovare altri finanziamenti, fino ad arrivare ad un budget che si aggirava sui 250.000 euro circa.

Dunque un grande impegno non solo nella realizzazione scenica, ma anche diciamo nell’aspetto imprenditoriale per questo film. Da questo punto di vista, quanto ti è stata di aiuto la formazione in Accademia e poi nell’università di Parma. Queste scuole servono davvero nella formazione di un bravo regista o conta di più l’esperienza sul campo a tuo parere?

Premettendo che non mi sento affatto “arrivato” come regista e che ce la metto tutta in ogni cosa che faccio, mi definisco un autodidatta: guardo tanto cinema, ho studiato e poi sul campo ho lavora-to e lo faccio tutt’ora nell’assistenza, nel montaggio, nella scenografia; ho fatto di tutto sul set e die-tro, fino ad arrivare a gestire una troupe di trenta o trentacinque persone, come nei corti e in Una domenica notte. Riguardo alle scuole credo che possano essere utili scuole di critica cinematografica, che insegnino a “leggere”, a vedere il cinema, ma non ci sono scuole che insegnano come fare cinema.

Quindi meglio l’esperienza diretta sul set?

Certo, come hanno sempre sostenuto i grandi maestri, per imparare a fare cinema bisogna fare esperienza sul campo.

Parliamo allora di te dietro la macchina da presa, tu come sei sul set? Quale tipo di rapporto cerchi di instaurare con gli attori e i collaboratori?

Allora ti dico subito che assolutamente non dirigerò più nulla che sia stato scritto da uno degli attori, cosa che è accaduta in Una domenica notte dove il personaggio di Antonio Colucci è interpretato da Antonio Andrisani, autore della sceneggiatura originale.

Perché?

Ho trovato difficoltà perché l’attore-autore si sente in diritto di dirigersi a proprio modo e cambiare il personaggio o la storia come meglio crede. Nonostante un contratto e delle regole, la sente troppo sua, a mio parere. Antonio ha rappresentato molto bene il suo personaggio perché lui è proprio così nella vita reale, però in futuro farò attenzione; l’attore è l’interprete della storia, non voglio più mischiare le cose.

Il rapporto con gli altri collaboratori come è stato?

Giuseppe marco albano 2Di solito lascio molta libertà agli attori, curo molto l’aspetto tecnico, stilistico, preferisco occuparmi della troupe: antipatie e rancori comporterebbero problemi sul lavoro che potrebbero compromette-re la riuscita del film, invece lascio molto spazio all’interpretazione personale, ovviamente se non mi piace lo dico, intervengo ma senza imporre nulla. Con la troupe sono molto preciso, puntuale, pignolo; amo il rispetto delle regole, sul set le cose vanno fatte come dico io.

Riguardo alle inquadrature, invece, quando arrivi sul set hai in mente il piano preciso da rea-lizzare o ti vengono per così dire spontanee?

No, nessuna improvvisazione, scrivo tutto prima, studio e programmo insieme al direttore della fo-tografia degli story-board e punti macchina, in base al piano di lavorazione facciamo la lista delle inquadrature dalle prime, più importanti, alle ultime, che possono essere secondarie e saltare se il piano di lavorazione è in ritardo o ci sono problemi. Ho un piano precisissimo, di solito, sono orga-nizzato, preciso, come nella vita e nella mia stanza.

Queste inquadrature sono rigide dunque, o puoi decidere, ad esempio, di cambiare angolazio-ne quando sei sul set ?

Beh l’angolazione la cambio difficilmente, invece lascio ampio spazio all’interpretazione personale degli attori, ascolto i consigli di tutti, dalla truccatrice al macchinista, analizzo il consiglio che mi viene dato e poi decido cosa fare. Si può cambiare, certo, ma delle regole di base ci sono.

Un film che ami particolarmente e del quale, magari, un giorno, ti piacerebbe fare il remake o un film che, girato male, vorresti rifare tu?

Allora, ovviamente ci sono molti film preferiti, però se parliamo di film italiani il primo che mi vie-ne in mente è Io speriamo che me la cavo della Wertmüller. Mi piacerebbe girare la stessa storia ma oggi, con i bambini napoletani e temi attuali come Berlusconi, le nuove tecnologie, i telefonini, facebook. Oppure un altro film potrebbe essere L’estate di Kikujiro, film che ho amato particolarmente e mi piacerebbe raccontare una storia simile: il rapporto di amicizia tra un bambino ed un uomo adulto con un passato da Yakuza che intraprendono un viaggio alla ricerca di qualcosa e di se stessi. C’è anche un film Argentino Nueve reinas, film sulle truffe, tema molto attuale, che mi piacerebbe riprendere.

Mettiamo che hai due o tre ore libere per vedere un film, cosa metti?

Allora, diciamo che essendo candidato con Stand by me al David di Donatello posso guardare tutti i film dell’anno che andranno in competizione, per il resto compro molti film, che mi piace guardare dalla mattina alla sera, quando posso, ovviamente. Ultimamente molto cinema francese, molti clas-sici, qualcosa che mi ricorda la mia infanzia, la commedia americana e italiana degli anni ’80 e ’90.

A proposito di questo, in Una domenica notte, soprattutto nelle visioni che Antonio vorrebbe realizzare, viene spesso citato il cinema degli anni ’80, sia per la regia che per i temi. Raccontaci del tuo rapporto con quel cinema che tu hai vissuto da bambino, come e quanto ha in-fluenzato la tua passione per il cinema?

Non dimentico mai come nacque il mio amore per questa arte, lo racconto sempre con orgoglio e passione; avevo sei anni, dovevo andare a Taranto con la mia famiglia a far compere, come tutte le settimane, e in tv, sulla rai, davano i film di Adriano Celentano, quel giorno c’era Asso; mio padre mi insegnò a registrare con il videoregistratore perché non me lo perdessi, impostai tutto ed andammo. Tornando a casa però scoprii che non aveva registrato nulla, seguì un pianto a dirotto, ovviamente, ma da lì nasce il mio amore per questo lavoro e per la commedia. Da lì ho iniziato ad apprezzare la commedia di Sordi, Monicelli e quella degli anni ’80 di Francesco Nuti, di cui tra l’altro c’è una citazione nel mio film. La commedia mi ha fatto crescere e amare il cinema, soprattutto la commedia che vedevo in tv, come ad esempio i film di Bud Spencer e Terence Hill; vivendo in un paese di provincia, dove non c’era il cinema, guardavo soprattutto i film in tv, quindi molta commedia italiana e da lì nasce la mia passione, che poi ho alimentato con lo studio all’università e all’Accademia.

Tornando a Una domenica notte mi è sembrato un 8 e 1/2 stravolto, tutto il contrario di quello che accade nel film di Fellini: lì un grande budget senza una storia, nel tuo non un grande budget ma c’è la storia. La sceneggiatura aveva presente questa cosa o è stata una mia lettu-ra?

No, in realtà l’hanno vista in tanti. Le ispirazioni di Antonio per la scrittura sono state tantissime e non ti nascondo che Fellini era tra i principali ispiratori della commedia. Quanto all’aspetto di rovesciamento che intendi tu la cosa non era voluta, né da me né da Antonio; ovviamente ci fa enormemente piacere e mi imbarazza anche un po’ il paragone con Fellini.

Ciprì e Maresco: i pezzi dei provini come ti sono venuti?

Allora quelli sono reali, tranne uno, ovviamente, ma lascio sempre allo spettatore scoprire quale. I registi che girano sono una sorta di magia nelle piccole città di provincia, intorno al set si crea un’atmosfera particolare ed ho voluto inserire questa cosa nella storia, inserirle nel montaggio per dare un segno di stravolgimento di stile e per fare una citazione a due grandi: Ciprì e Maresco.

Come aspetti che verrà accolto Una domenica notte o come è stato accolto ora che gira in tut-ta Italia?

È stato accolto molto bene dalla critica, con belle recensioni anche da critici importanti; per quanto riguarda il pubblico non so come l’ha preso, non so come ha reagito, spero che il film giri, la nostra è una distribuzione piccola, indipendente, con poche sale; posso solo dire che spero che il pubblico lo veda e che piaccia.

Parliamo del finale: come mai hai scelto un finale così aperto?

Amo i finali aperti, penso che chi racconta una storia non debba essere un “dio” che stabilisce, definisce e fornisce una spiegazione a tutto. Io racconto una storia che può essere interpretata in modi diversi, il racconto del regista termina in sala, mentre lo spettatore finisce di scrivere il film. Mi piace lasciare uno spazio al pubblico per immaginare per sognare. Il Cinema non serve a questo? A far sognare la gente?

Nel finale al protagonista propongono in cambio dell’omicidio della moglie un assegno in bianco per il budget al suo film. Tu saresti stato disposto?

Io no, ma il bello del film è che nonostante la sua grande passione lui rispetti i suoi valori e i sentimenti per la moglie. Abbiamo voluto un po’ esasperare la cosa ovviamente.

Cinema italiano: come sta oggi secondo te il cinema in Italia?

Il cinema italiano si sta risvegliando dal coma (ride), perché anagraficamente è in atto un cambio generazionale importante. Io spero di diventare un regista e poter fare cinema in Italia e come me tanti altri giovani di talento, in grado di fare buon cinema, capace di attirare nelle sale tanta gente, che paghi il biglietto piuttosto che vedere i film in streaming o in dvd a casa.

Mi pare però che l’attuale cinema italiano non voglia osare troppo: nel cinema francese attua-le, ad esempio, il genere ripreso viene spesso portato all’estremo (penso a film come Martyrs o Banlieue 13), caricati di una nuova violenza, viene così riscoperto il genere e riportato con un nuovo linguaggio. Perché in Italia non è possibile un’operazione del genere? O se si riesce a farla poi non ottiene successo?

In Italia non c’è un’importante scuola di lettura del cinema; forse siamo troppo “dettati” e governati da una televisione che incombe sulle nostre vite, una televisione che crea vittime del commercio, del marketing; in Italia non abbiamo né scelte né condizioni per leggere altro cinema o vedere altre storie raccontate in modo diverso, a mio avviso. Non riusciremmo a capirle né ad apprezzarle; per questo credo che non ha sviluppo in Italia un cinema fatto con poco ma raccontato in chiave moderna, alternativa.giuseppe marco albano

Però negli anni ’70 riuscivamo ancora a cavalcare i generi dal western alla commedia sexy, al poliziesco. Perché poi questa capacità è andata persa?

Negli anni Settanta c’era più cinema, circa 300 film l’anno, oggi ne producono circa 50, c’era quindi più possibilità di fare molti film diversi tra loro, tutti andavano al cinema, la televisione era poco diffusa e ci si poteva appassionare di più a generi diversi. La tv, inoltre, non dirigeva la vita quotidiana come accade oggi. Negli anni Settanta si era più avanguardisti, rivoluzionari, le persone volevano cambiare. Noi, invece, siamo una generazione abituata a vivere bene, agiati, ma ci troviamo a vivere un nuovo dopoguerra. In Italia il genere di maggiore successo è la commedia e per questo nelle sale escono soprattutto film di questo tipo, e se vuoi “campare” di questo devi fare come dicono loro. È questo l’unico modo per uscire al cinema, quindi per cambiare le cose devi assecondare le loro richieste, ma farlo a modo tuo per cambiare un po’ le cose da dentro il sistema. Questo è anche il discorso di Una domenica notte.

Del panorama cinematografico mondiale invece che ne pensi?

L’America ci precede da sempre, in altri Paesi stanno nascendo forme di Neorealismo, il cinema asiatico o del Nord Europa, che fino ad ora non avevano avuto una grande storia cinematografica, la stanno sviluppando adesso e stanno crescendo tantissimo rispetto a noi. Questo deriva, secondo me, dal rapporto che si stabilisce tra il Paese e la classe politica che governa la società, un progresso che riguarda non solo l’economia e lo sviluppo, ma la cultura più in generale.

Dopo Una domenica notte cosa farai? Quali progetti hai in cantiere e quali vorresti realizzare?

Ora sto montando Thriller, un cortometraggio ambientato a Taranto sul tema scottante ed attuale dell’ILVA, che ha per protagonista un tredicenne, Michele (Danilo Esposito); il corto è in fase di finalizzazione ed è stato finanziato dalla Puglia Film Commission; poi c’è l’impegno nella mia associazione Basiliciak, che ho fondato nel 2008 per fare i primi film e corti. Spero di presentare Thriller in vari Festival Italiani ed Internazionali, mentre per quanto riguarda la realizzazione, per ora ho deciso di smettere con i corti per crescere e far esperienza con i lungometraggi. Credo di essere abbastanza formato per raccontare storie lunghe, diciamo che mi sento abbastanza pronto per dirigere film veri e propri. Il corto è uno stile narrativo a sé, certo, se si presenterà l’occasione, in futuro, non mi dispiacerebbe lavorarci ancora, però per far esperienza e crescere voglio realizzare dei film, che sono il mio vero sogno fin da quando ero bambino. Infine tra gli altri progetti in lavorazione ce n’è uno, attualissimo, ambientato a Napoli, ma non vi posso svelare altro.

Tu lavori sempre con budget molto limitati, se ne avessi uno importante, cosa ti piacerebbe dirigere?

A dire il vero non saprei cosa risponderti, non riesco a sognare storie in grande stile, film hollywoodiani. Ho sempre avuto una mente imprenditoriale, lavorando con piccoli budget, quindi ho sempre tenuto i piedi ben saldi per terra. La vedo come una nuova forma di neorealismo italiano: nato in un periodo di crisi della società e dell’intero paese, quello che stiamo vivendo noi oggi, poi il cinema Italiano ha sempre saputo raccontare grandi storie con pochi mezzi, al contrario di quello americano.