Soledad film della regista argentina Agustina Macri è una tragica storia d’amore su fatti realmente accaduti. È il racconto cinematografico di una coppia di sposi di cui i media parlarono fin troppo sul finire degli anni Novanta. Sole e Baleno. Due nomi che, insieme a quello di Silvano Pelissero, sono il simbolo di repressione e ribellione, accanimento mediatico e anarchia.

È il 1997, la ventitreenne argentina Soledad Rosas (che diventa subito Sole per i compagni italiani) fa scalo a Torino durante un viaggio in Europa. Qui viene a contatto con i centri sociali libertari e NO TAV dove incontra Edoardo Massari, chiamato Baleno, di cui s’innamora. La loro relazione si sviluppa in stabili occupati, in semiclandestinità. La luce vitale di lei è acciecante, la crescente esaltazione di lui invece porterà tutto il gruppo in bocca al mastino della legge, che è ha pazientemente cercato un pretesto per sferrare il suo agguato.
Il 5 maggio 1998 i due vengono arrestati insieme a Pelissero, in seguito alle indagini sui sabotaggi della rete ferroviaria ad alta velocità in Val di Susa. I magistrati e i giornali parlano di ecoterrorismo e gli anarchici finiscono in carcere. Massari ne rimane emotivamente sopraffatto e si suicida in cella. Quattro mesi dopo Sole imiterà il gesto di Baleno, lasciando una lettera intrisa di odio nei confronti dei poteri forti. 

Nel 2017 i set torinesi per la realizzazione del film di Agustina Macri furono veementemente contesati. È evidente  che questa storia brucia ancora e il suo possibile sfruttamento commerciale è come sabbia negli occhi del movimento libertario. Un sentimento ampiamente condivisibile, anche se il lungometraggio della Macri affida all’eternità del cinema una vicenda sanguinosa che non va dimenticata. Il suo sguardo è imparziale e appassionato. 

Soledad filmLa trasposizione cinematografica prende il via proprio con la stazione radiofonica degli anarchici torinesi che si oppone fermamente alle riprese del film. “Questo film non si deve fare”, dice lo speaker di RadioBlackOut.
Nello scorrere dei suoi 100 minuti, Soledad di Agustina Macri interviene più volte anche sul passato della protagonista attraverso flashback che raccontano Sole prima della svolta anarchica, all’interno delle mura domestiche in Argentina. La narrazione procede anche con dei balzi temporali oltre l’epilogo della vicenda che riportano pezzi di intervista alla sorella della protagonista.
Molto bello come la regista affronta la “conversione” anarchica di Soledad che avviene sul tetto dello stabile occupato durante uno sgombero coatto ad opera della polizia: un mutamento emotivo spontaneo, autonomo, che nasce dal profondo.

Purtroppo non siamo davanti a un film di controcultura, ma alla figura di Soledad Rosas è stato riservato un trattamento dignitoso e la sua presentazione italiana ha una giusta collocazione ad Alice nella Città, la sezione alternativa della XIII Festa del Cinema di Roma. Forse la preoccupazione più grande era proprio che la pellicola della Macri potesse infierire ulteriormente su una storia già superstraziata dai media. Soprattuto nel finale si può cogliere anche una certa delicatezza in cui le atmosfere si fanno più fredde e rarefatte e sullo schermo dilaga la solitudine di un animo dilaniato. Una solitudine viscerale ispirata dalla stessa etimologia del nome… Soledad

 

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